Migrations Societè n. 205/2026
Migrations Société n. 205/2026: la politica migratoria italiana alla prova dei fatti
“La politique migratoire italienne à l’épreuve des faits”, Migrations Société, 2026/2, n. 205
Il numero 205 di Migrations Société (CIEMI), dedica il dossier centrale alla politica migratoria italiana, osservata attraverso una prospettiva storica, demografica, sociale, giuridica e politica.
Il fascicolo parte da una domanda solo apparentemente semplice: l’arrivo al potere della coalizione guidata da Giorgia Meloni ha realmente segnato una svolta nella politica migratoria italiana? La risposta proposta dai diversi contributi è più complessa. Pur riconoscendo elementi nuovi nella rappresentazione politica dell’immigrazione e nella volontà dell’attuale esecutivo di fare del controllo dei flussi una componente centrale della propria azione, il dossier mette soprattutto in evidenza le continuità di lungo periodo della politica migratoria italiana e i numerosi paradossi che l’hanno caratterizzata fin dalla trasformazione dell’Italia da paese di emigrazione a paese di immigrazione.
Cinquant’anni di immigrazione: una trasformazione non ancora pienamente riconosciuta
Ad aprire il dossier è Luca Marin, direttore del CIEMI, con “Un tournant dans la politique migratoire italienne? Cinquante ans de politique migratoire italienne : le paradoxe d’un changement dans la continuité”.
Il 2026 offre un punto di osservazione particolarmente significativo: ricorrono infatti cinquant’anni dal 1976, anno in cui il saldo migratorio italiano divenne per la prima volta positivo, e quarant’anni dalla legge Foschi del 1986, prima legislazione organica sulla presenza degli immigrati in Italia. Marin invita a collocare l’attuale fase politica all’interno di questa storia più lunga. L’affermazione di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia rappresenta certamente un cambiamento rilevante nel sistema politico, ma non può essere letta semplicemente come l’inizio di una politica migratoria completamente nuova. Molti degli strumenti oggi presentati come innovativi — il rafforzamento del controllo delle frontiere, la cooperazione con i paesi di origine e di transito, l’esternalizzazione delle procedure migratorie — hanno infatti radici nelle politiche sviluppate dai governi italiani nei decenni precedenti.
Immigrazione come catalizzatore del conflitto politico
L’articolo introduttivo ricostruisce anche la progressiva politicizzazione dell’immigrazione a partire dagli anni Novanta.
Con la crisi della Prima Repubblica, formazioni come la Lega Nord e Alleanza Nazionale trasformano progressivamente l’immigrazione in uno dei principali terreni della competizione politica. Essa assume un significato che va oltre la gestione dei flussi: diventa il luogo nel quale si concentrano paure relative alla globalizzazione, all’identità nazionale, alla sicurezza e alla perdita di controllo sulle trasformazioni economiche e sociali.
In questo contesto si afferma anche il termine “buonismo”, utilizzato nel dibattito pubblico italiano per delegittimare le posizioni favorevoli all’accoglienza, rappresentandole come ingenue, permissive o incapaci di confrontarsi con le preoccupazioni della popolazione.
Molti elementi del lessico politico contemporaneo sull’immigrazione risultano quindi già definiti tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila.
Un paese che limita l’immigrazione e contemporaneamente ne ha bisogno
Uno dei paradossi più evidenti riguarda il rapporto tra politiche restrittive e mercato del lavoro.
Nonostante una retorica fortemente centrata sul contrasto dell’immigrazione irregolare, l’esecutivo in carica ha aumentato progressivamente le quote di ingresso dei lavoratori stranieri non comunitari: dalle 136.000 ammissioni previste nel 2023 alle 181.450 del 2025.
Il fenomeno evidenzia una contraddizione strutturale che attraversa l’intera storia recente dell’immigrazione italiana: la necessità economica della manodopera straniera convive con la difficoltà politica e culturale di riconoscere l’immigrazione come una componente stabile della società.
L’integrazione tende inoltre a essere interpretata prevalentemente in termini economici: il migrante è considerato innanzitutto come lavoratore necessario al sistema produttivo, mentre le dimensioni sociali, culturali e civiche dell’inserimento ricevono un’attenzione molto più limitata.
I paradossi del “modello migratorio” italiano
È proprio il concetto di paradosso a costituire il filo conduttore dei contributi che compongono il dossier. Maurizio Ambrosini ricostruisce storicamente la trasformazione dell’Italia in paese di immigrazione e mostra come la rapidità di questo cambiamento continui a condizionare le politiche pubbliche. L’immigrazione, pur essendo indispensabile al mercato del lavoro e al rinnovamento demografico, continua a essere percepita prevalentemente come una successione di emergenze anziché come un fenomeno strutturale. La difficoltà non riguarda quindi soltanto l’elaborazione delle politiche, ma anche la rappresentazione collettiva della società italiana: un paese nel quale la presenza straniera è ormai consolidata continua a faticare a pensarsi pienamente come società di immigrazione.
Una presenza ormai strutturale nella società italiana
Il secondo contributo, di Cinzia Conti e Salvatore Strozza, offre il quadro statistico e demografico necessario per comprendere la portata della trasformazione avvenuta nell’ultimo mezzo secolo. Attraverso i dati più recenti, gli autori ricostruiscono consistenza, provenienze e caratteristiche della popolazione immigrata e il suo ruolo crescente nel mercato del lavoro, nel sistema scolastico e nel riequilibrio demografico del paese. Un elemento particolarmente significativo riguarda le provenienze. Contrariamente a una rappresentazione del fenomeno spesso centrata sull’Africa e sugli sbarchi nel Mediterraneo, gli immigrati originari dell’Europa orientale costituiscono il gruppo più numeroso, mentre cresce progressivamente la presenza proveniente dall’Asia e dall’America Latina. Anche le percezioni collettive mutano nel tempo: gruppi un tempo rappresentati come problematici, come romeni, albanesi o polacchi, finiscono progressivamente per essere considerati parte integrante della società.
Nonostante gli immigrati siano indispensabili all’economia e al futuro demografico dell’Italia, rimangono limitate le politiche organiche di integrazione, ancor più lontane quelle di inclusione reale nella società.
Il contributo di Antonio Sanguinetti e Mattia Vitiello ricostruisce l’evoluzione della legislazione italiana sull’immigrazione irregolare, dalla circolare Di Giesi del 1982 fino alla regolarizzazione del 2020.
La gestione italiana dei flussi appare caratterizzata da un’alternanza ricorrente: da un lato l’inasprimento delle condizioni di ingresso e soggiorno, dall’altro campagne di regolarizzazione su larga scala.
L’immigrazione irregolare non può quindi essere identificata esclusivamente con gli arrivi via mare. Essa costituisce una componente strutturale del sistema migratorio italiano e riguarda anche persone entrate regolarmente che successivamente perdono il titolo di soggiorno.
Da qui un terzo paradosso: il progressivo irrigidimento delle norme non elimina l’irregolarità ma può contribuire, al contrario, a produrre nuovi irregolari, successivamente assorbiti attraverso periodiche regolarizzazioni.
Queste ultime finiscono inoltre per svolgere una funzione indiretta di selezione della manodopera già presente sul territorio, soprattutto nei settori caratterizzati da maggiore domanda di lavoro.
La quinta analisi, di Federica Frazzetta, si concentra sull’evoluzione delle ideologie e delle pratiche razziste all’interno di alcuni movimenti dell’estrema destra radicale.
L’analisi evidenzia che il fenomeno contro il quale questi movimenti dichiarano di mobilitarsi diventa contemporaneamente uno dei principali fattori della loro stessa coesione, visibilità e crescita politica.
Nel suo insieme, il dossier restituisce quindi un’immagine della politica migratoria italiana più articolata rispetto alla contrapposizione tra apertura e chiusura o tra governi più o meno favorevoli all’immigrazione.
L’Italia è ormai da cinquant’anni un paese di immigrazione, che dipende in misura crescente dal contributo della popolazione straniera sul piano economico e demografico e che vede crescere generazioni che hanno compiuto nel paese l’intero percorso scolastico e sociale. Eppure, continua a rappresentare l’immigrazione prevalentemente attraverso le categorie dell’emergenza, degli sbarchi e del controllo delle frontiere.
Carola Perillo

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