Recensione Migrations Societè n. 203/2026
“Partir de France : assignations et mobilité sociale”, Migrations Société, 2026/1, n. 203
Il numero 203 della rivista Migrations Société propone un dossier tematico innovativo dedicato all’emigrazione dei cittadini francesi, interrogando le relazioni tra mobilità, discriminazione e appartenenza. Come da tradizione della rivista, fondata dal CIEMI come spazio interdisciplinare di analisi delle migrazioni , il volume coniuga rigore scientifico e accessibilità, offrendo uno sguardo critico sulle trasformazioni contemporanee.
Il dossier: partire per sfuggire alle “assignation”
Il cuore del numero, “Partir de France”, propone una vera inversione di prospettiva: non più l’immigrazione verso la Francia, ma le partenze dalla Francia.
Gli articoli mostrano come cittadini francesi — spesso figli dell’immigrazione o appartenenti a minoranze — scelgano di partire per sfuggire a processi di razzializzazione e marginalizzazione. La mobilità diventa così una strategia di ricollocazione sociale e simbolica.
Attraverso casi che spaziano da Londra al Canada, da Montréal a Dubai, emerge un quadro complesso:
- per alcuni, migrare significa cercare riconoscimento;
- per altri, valorizzare capitale economico e sociale;
- per altri ancora, sottrarsi a stigmatizzazioni persistenti.
Il concetto chiave di “assignation” (assegnazione identitaria) attraversa l’intero dossier: la migrazione appare come un tentativo di sfuggire a categorie imposte, senza però riuscire sempre a liberarsene del tutto.
Un editoriale radicale che chiede riflessione politica
L’editoriale di Geisser — significativamente intitolato “Terroriser les immigrés et leurs alliés: la ‘méthode Trump’…” — rappresenta uno dei contributi più forti e politicamente densi dell’intero numero.
Oltre il “caso Trump”: una genealogia della repressione
Partendo da un fatto di cronaca (l’uccisione di una osservatrice legale negli Stati Uniti), Geisser critica la lettura “eccezionalista” diffusa nei media francesi.
Secondo questa narrazione dominante:
- gli Stati Uniti sarebbero deviati solo recentemente, con il trumpismo;
- la Francia rappresenterebbe invece un modello equilibrato e rispettoso dello stato di diritto.
Geisser smonta questa visione, definendola francocentrica e storicamente miope. Ricostruisce infatti una genealogia più lunga:
- già dopo l’Attentati dell’11 settembre 2001 si consolida l’amalgama tra immigrazione e terrorismo;
- nasce una “governamentalità della paura” che costruisce la figura del nemico interno (immigrati, musulmani);
- si sviluppa un continuum tra sicurezza, controllo e politiche migratorie.
In questo quadro, Donald Trump non rappresenta una rottura assoluta, ma una radicalizzazione di tendenze già presenti.
La svolta trumpiana: identità, repressione, ideologia
Ciò che distingue davvero il trumpismo, secondo Geisser, è l’introduzione esplicita di una dimensione identitaria e suprematista:
- criminalizzazione generalizzata degli immigrati (anche regolari);
- separazione familiare e politiche di deterrenza;
- rafforzamento di apparati repressivi come l’ICE;
- attacco agli attori della solidarietà (ONG, attivisti, accademici).
L’agenzia Immigration and Customs Enforcement viene descritta come trasformata in una sorta di “polizia-milizia”, inserita in un sistema più ampio di sorveglianza e repressione.
Particolarmente incisiva è l’analisi del legame tra politiche migratorie e:
- capitalismo carcerario (detenzione privatizzata);
- uso politico della magistratura;
- tecnologie di sorveglianza avanzate.
Ne emerge l’immagine di un sistema che va oltre la gestione dei flussi migratori, configurandosi come un vero progetto sociale autoritario.
Un effetto specchio: e la Francia?
La parte più provocatoria dell’editoriale riguarda il confronto con la Francia.
Geisser ribalta la domanda:
non è tanto la Francia a essere influenzata dal trumpismo, ma piuttosto esiste una convergenza transnazionale di politiche securitarie.
Secondo l’autore:
- la Francia applica da decenni forme di controllo e repressione dei migranti;
- il cosiddetto “modello repubblicano” è meno inclusivo di quanto si voglia credere;
- le politiche migratorie contemporanee sono il prodotto di dinamiche globali (neoliberali, securitarie, sovraniste).
Trump diventa così non la causa, ma il sintomo visibile di una trasformazione più ampia.
Una critica alla superficialità mediatica
Geisser critica anche il dibattito pubblico, accusato di:
- concentrarsi su polemiche superficiali;
- personalizzare eccessivamente il fenomeno;
- ignorare le trasformazioni strutturali in atto.
Il rischio maggiore, secondo l’autore, non è l’importazione del “modello Trump”, ma:
l’incapacità di sviluppare una risposta critica e umanista alla normalizzazione delle politiche repressive.
Un dialogo implicito tra editoriale e dossier
L’editoriale non è un testo isolato, ma dialoga profondamente con il dossier.
- Il dossier mostra individui che partono dalla Francia per sfuggire a discriminazioni.
- L’editoriale mostra sistemi politici che producono e normalizzano quelle stesse discriminazioni.
Insieme, i due livelli costruiscono una tesi forte: le migrazioni contemporanee non possono essere comprese senza analizzare i regimi politici e simbolici che le generano.
Questo numero di Migrations Société si distingue per la sua capacità di tenere insieme analisi empirica e critica politica.
Il dossier illumina le nuove forme di mobilità sociale attraverso la migrazione, mentre l’editoriale di Geisser offre una chiave interpretativa più ampia, mostrando come tali mobilità siano inscritte in regimi globali di sicurezza, controllo e produzione delle disuguaglianze.
Nel complesso, si tratta di un volume particolarmente rilevante per comprendere le migrazioni contemporanee non solo come fenomeno sociale, ma come specchio delle tensioni profonde delle democrazie occidentali.
Carola Perillo

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