Migrations Societè – 202/2025: Sans nation, sans protection
“Sans nation, sans protection : les apatrides”
Il numero 202 di Migrations Société (2025/4) affronta in modo sistematico e interdisciplinare il tema dell’apolidia, collocandolo al crocevia tra diritto, politica, storia e antropologia. Attraverso un dossier tematico e contributi di natura teorica ed empirica, la rivista esplora la condizione di chi è privo di nazionalità come fenomeno giuridico, esperienza sociale e questione politica globale.
Un quadro critico: l’apolidia come problema politico e sociale
Il dossier, coordinato da Isabelle Konuma, propone una riflessione che supera la definizione puramente giuridica dell’apolidia per evidenziarne le dimensioni politiche e umanitarie. L’apolide non è solo un soggetto senza Stato, ma una figura che mette in crisi le categorie tradizionali di cittadinanza, appartenenza e sovranità.
Nel contributo introduttivo, “Penser l’apatridie : enjeux juridiques, politiques et conceptuels”, l’apatridia è analizzata come un fenomeno che si manifesta a diversi livelli – normativo, istituzionale e sociale – e che richiede un approccio multilivello per comprenderne le cause e le conseguenze.
A questa prospettiva si collega l’articolo storico di Dzovinar Kévonian, che ricostruisce l’evoluzione dell’apatridia tra XIX e XXI secolo, mostrando come essa sia il prodotto di trasformazioni politiche, conflitti, dissoluzioni statali e regimi di esclusione.
Nel complesso, il dossier mette in luce un paradosso centrale: mentre lo Stato-nazione resta il principale garante dei diritti, milioni di persone continuano a vivere in una condizione di “non-appartenenza”, senza protezione giuridica e senza riconoscimento politico.
Approcci storici e comparativi: genealogie dell’apolidia
Uno dei punti di forza del numero è l’uso di studi di caso storici e comparativi che mostrano la varietà delle situazioni di apatridia.
Patrick Farges, con l’analisi della migrazione di una famiglia ebraica berlinese tra il 1920 e il 1950, evidenzia come l’apatridia possa emergere in contesti di persecuzione, guerra e trasformazioni dei confini, rivelando il legame profondo tra nazionalità e violenza politica.
Isabelle Konuma, nel contributo sulla riforma della nazionalità in Giappone e sugli apolidi di Okinawa, mostra come le politiche statali possano produrre forme strutturali di esclusione, anche in contesti apparentemente stabilizzati.
Il caso della Costa d’Avorio, analizzato da Richard Banégas e Armando Cutolo, introduce una prospettiva postcoloniale: il “rischio di apolidia” delle comunità rurali è interpretato come eredità delle politiche coloniali e delle successive costruzioni nazionali, evidenziando la dimensione storica delle disuguaglianze giuridiche.
Questi contributi dimostrano come il tema non sia un fenomeno marginale o eccezionale, ma un prodotto ricorrente delle dinamiche statali e delle gerarchie di appartenenza. Il dossier si distingue anche per l’attenzione alle dimensioni soggettive dell’apolidia. L’intervista “L’apatridie revendiquée”, con Tenzin Namgyal, introduce una prospettiva originale: l’apolidia non è solo una condizione subita, ma può diventare anche una forma di identità politica e di resistenza. Questo spostamento di prospettiva arricchisce il dibattito, mostrando come l’assenza di cittadinanza possa essere reinterpretata come spazio di agency, sebbene in un contesto di forte vulnerabilità. Accanto al dossier, l’editoriale di Vincent Geisser, “« Mauvais élève » : violent, inassimilable, séparatiste…”, offre una riflessione critica sui discorsi mediatici e politici riguardanti i figli di immigrati e musulmani nel sistema scolastico francese. L’autore denuncia la debolezza metodologica di alcuni rapporti e la tendenza a costruire figure stigmatizzate dell’alterità, evidenziando il rischio di una lettura securitaria e culturalista della questione migratoria.
Carola Perillo

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