Risoluzione storica che definisce la schiavitù transatlantica “il più grave crimine contro l’umanità”
Mercoledì 25 marzo 2026, in occasione della Giornata internazionale di commemorazione delle vittime della schiavitù, L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione “A/80/l.48” sulla Schiavitù Transatlantica. La risoluzione promossa dal Ghana, con il sostegno dell’Unione Africana, definisce la tratta transatlantica degli schiavi come il “più grave crimine contro l’umanità” in ragione della vastità, della durata plurisecolare e della sua natura sistemica.
La votazione e le posizioni degli Stati
Secondo i dati ufficiali di UN News, l’esito del voto ha evidenziato una chiara divisione all’interno della comunità internazionale. Secondo i verbali ufficiali delle nazioni unite.
Una larga maggioranza composta principalmente da nazioni africane, caraibiche e dell’America Latina, hanno votato favorevolmente (123)
Invece, Stati Uniti, Israele e Argentina hanno espresso voto sfavorevole. (3)
Il blocco dell’Unione Europea (inclusa l’Italia), insieme a Regno Unito, Canada e Giappone, ha scelto la via dell’astensione. (52)
Le delegazioni contrarie hanno motivato la propria posizione contestando la creazione di una “gerarchia dei crimini” e sollevando dubbi sulla base giuridica per risarcimenti retroattivi. Al contrario, i sostenitori della risoluzione hanno sottolineato come l’attuale razzismo sistematico e le disparità economiche globali siano l’eredità diretta di tale crimine.
I punti cardini della risoluzione
Il testo approvato non si limita a una condanna morale, ma delinea un percorso verso quella che viene definita “giustizia riparativa”. I punti salienti includono: Riconoscimento e scuse, Restituzione dei beni, Riforme educative, Riparazioni economiche.
Questa risoluzione, pur non essendo legalmente vincolante, esercita una pressione morale senza precedenti sulle ex potenze coloniali affinché affrontino le responsabilità storiche legate alla tratta transatlantica.
Il Ghana, sotto la presidenza di John Dramani Mahama, ha agito come capofila del Gruppo Africano, elevando la questione delle riparazioni a priorità dell’agenda internazionale. La risoluzione A/80/L.48 rappresenta il culmine di un percorso iniziato con la dichiarazione dell’Unione Africana che ha proclamato il decennio in corso come l’era della giustizia riparativa per i popoli di discendenza africana.
Il discorso del presidente John Dramani Mahama, all’Assemblea Generale dell’ONU ha segnato un punto di svolta retorico e politico. Mahama non si è limitato a una richiesta di indennizzo economico, ma ha articolato una visione di “giustizia transgenerazionale”. Secondo il leader ghanese, la schiavitù transatlantica non è un evento concluso nel passato, ma un “motore immobile” che continua ad alimentare le asimmetrie del potere globale. Definendo la tratta come il “crimine più grave”, il Ghana ha posto la comunità internazionale di fronte all’obbligo di riconoscere che la ricchezza di molte nazioni moderne è stata edificata sulla sistematica deumanizzazione del continente africano.
“Siamo qui riuniti oggi per proclamare la verità e proseguire il cammino verso la guarigione e la giustizia riparativa”, ha dichiarato Mahama.
Una riflessione sociale ed etica
Il riconoscimento di questo crimine assume una rilevanza cruciale per comprendere le dinamiche migratorie attuali. È necessario evidenziare come le attuale correnti migratorie dall’Africa verso l’Europa e le Americhe, siano, in molti casi, l’eredità speculare e inversa delle rotte della tratta. Se secoli fa il movimento era coatto e finalizzato allo sfruttamento della forza lavoro, oggi la migrazione è spesso una fuga da economie rese fragili da secoli di drenaggio di risorse umane e materiali.
Inoltre, il pregiudizio razziale, nato allora per giustificare moralmente la schiavitù, è lo stesso stigma che oggi ostacola l’integrazione dei migranti di discendenza africana. La risoluzione ONU è uno strumento per smantellare quelle barriere culturali che alimentano la marginalizzazione sociale e il lavoro irregolare nelle società d’accoglienza. Pertanto, le richieste riparatorie dal Ghana, dovrebbero tradursi in investimenti strutturali nel continente africano, con l’obbiettivo di creare condizioni che possano garantire il “diritto a rimanere” trasformando la migrazione da una necessità di sopravvivenza a una libera scelta individuale.
Per concludere, la risoluzione approvata dall’ONU non riguarda solo la memoria storica, ma è un atto politico necessario per governare il presente. Senza una riparazione del “crimine originario”, le politiche migratorie rischiano di rimanere semplici risposte emergenziali a un fenomeno che ha radici profonde nella storia della schiavitù globale.
Madaì Bonilla

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