Repubblica e migrazioni, la Repubblica può ancora essere casa per tutti
In Italia parlare di Repubblica e migrazioni significa interrogarsi su come un’idea di cittadinanza nata nel 1946 continui a trasformarsi e su come questa trasformazione tocchi la vita quotidiana di chi arriva, di chi cresce qui, di chi si muove per necessità o per scelta. Celebrare il 2 giugno non è solo ricordare un passaggio istituzionale, è anche chiedersi che cosa significhi oggi appartenere a una comunità politica in un mondo attraversato da guerre, mobilità forzate, disuguaglianze e nuove forme di vulnerabilità.
In questo scenario, la Repubblica diventa una lente per osservare come l’Italia sia passata da paese di emigrazione a paese di immigrazione strutturale… e come questa transizione continui a interrogare il nostro modo di pensare la cittadinanza, il lavoro, il welfare, il riconoscimento sociale. In questo contesto, diventa una domanda collettiva: la Repubblica riesce ancora a includere tutte questa storie… o rischia di restare ancorata a un’immagine di sé che non esiste più?
La Repubblica nel 2026, una celebrazione che parla al presente
Il 2 giugno non è solo una festa, è un momento collettivo in qui chiedersi chi siamo diventati o cosa stiamo diventando. Questa repubblica che nasce come promessa di uguaglianza, partecipazione, diritti condivisi, nel 1946, oggi si confronta con un’Italia profondamente cambiata, dove quasi 6 milioni di residenti sono cittadini stranieri (Istat, 2025) e dove oltre 1 milione e 400 mila giovani sono nati o cresciuti qui da genitori immigrati (Istat, Report Natalità e fecondità 2025). Questi dati, che sono persone prima che numeri, ci portano a riconoscere che la cittadinanza non è un concetto statico, ma che dinamico chesi evolve con la società cambia.
Le analisi più recenti mostrano che l’Italia è ormai un paese di immigrazione strutturale, non più un’eccezione. Lo confermano i dati del Ministero dell’Interno sul decreto flussi 2025–2026:
- 165 mila ingressi regolari nel 2025
- aumento del +20 per cento rispetto al 2023
- fabbisogni crescenti nei settori essenziali
L’articolo pubblicato da Neodemos “Servono persone ma anche numeri chiari”, ricorda che la programmazione migratoria non può essere improvvisata. La Repubblica, oggi, si misura con questa realtà.
Lavoro migrante, segmentazione e nuove vulnerabilità
Nel 2026 il lavoro migrante è una delle colonne portanti dell’economia italiana. Non solo nei settori tradizionali, ma anche in quelli emergenti: logistica, assistenza alla persona, agricoltura, tecnologie, ristorazione, edilizia sostenibile.
Eurostat 2025 evidenzia che:
- il 32 per cento dei lavoratori stranieri è impiegato in settori a bassa tutela
- il 27 per cento svolge lavori essenziali ma scarsamente riconosciuti
- la presenza migrante è decisiva per la tenuta del sistema produttivo italiano.
Secondo INPS 2025:
- i contributi versati dagli stranieri superano i 17 miliardi di euro
- il saldo per lo Stato è positivo per oltre 6 miliardi
Il lavoro migrante non è un’emergenza, è una struttura della Repubblica contemporanea. Eppure, la segmentazione del mercato del lavoro crea nuove vulnerabilità: precarietà, sfruttamento, mancanza di riconoscimento, difficoltà di mobilità sociale.
Mobilità globale nel 2026, tra guerre e disuguaglianze
Il 2026 è un anno segnato da una mobilità globale complessa: L’UNHCR nel 2025 ha registrato 117 milioni di persone in movimento forzato
Le guerre in Ucraina, Sudan, Palestina, Myanmar continuano a ridisegnare le rotte migratorie. A questo si aggiungono le conseguenze del cambiamento climatico, che spinge milioni di persone a lasciare territori resi invivibili da siccità, alluvioni, desertificazione.
La mobilità non è mai neutra c’è chi può muoversi e chi no. Chi viaggia con un passaporto che apre porte e chi invece incontra muri, visti negati, rotte pericolose.
Le seconde generazioni e la crisi del riconoscimento sociale
L’articolo 3 della Costituzione ci ricorda che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che limitano libertà e uguaglianza.
Nel 2026 questi ostacoli hanno forme nuove. Possono essere la precarietà lavorativa che colpisce soprattutto i lavoratori migranti, la difficoltà di ottenere un permesso stabile, la discriminazione nell’accesso alla casa, la lentezza nel riconoscere la cittadinanza a chi è nato o cresciuto qui.
Nel numero Studi Emigrazione 242 Aprile – Giugno si affrontano le difficoltà delle persone di discendenza migrante, che possono incidere sulla socializzazione e sul rapporto con la società di residenza…”
Se la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli, allora la questione migratoria non è un tema marginale è il banco di prova della sua promessa democratica. È qui che si vede se l’uguaglianza è un principio vivo o un’idea sospesa.
Più di un milione giovani, discendenti o con background migratorio, vivono tra aspettative familiari e aspettative sociali, tra appartenenze multiple e confini etnoculturali che spesso vengono costruiti come linee nette tra insider e outsider.
Le ricerche citate nel volume Studi Emigrazione 242 Aprile – Giugno (Sarli 2023, Voglino et al. 2022, Frisina e Agyei Kyeremeh 2022) mostrano che il riconoscimento sociale è ancora fragile. Molti giovani raccontano di sentirsi italiani “fino a un certo punto”, italiani “ma non per tutti”, italiani “solo quando serve”.
La Repubblica, per essere casa per tutti, deve imparare a vedere questi giovani non come eccezioni ma come parte del suo futuro.
Migrazioni e welfare, una questione di sostenibilità
Il welfare italiano nel 2026 è sostenuto in larga parte dal contributo dei lavoratori stranieri. IDOS 2025 ricorda che senza immigrazione l’Italia perderebbe 300 mila lavoratori l’anno e che il saldo demografico negativo renderebbe insostenibile il sistema pensionistico.
La Repubblica, per restare sostenibile, ha bisogno di mobilità ma anche di politiche che riconoscano il valore di chi contribuisce. Non si tratta solo di numeri, ma di una visione: quale welfare vogliamo costruire in un paese che invecchia e che ha bisogno di nuove energie?
Governance europea della mobilità 2020–2026
Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, approvato nel 2024, ridisegna in modo restrittivo e ambiguo le regole della mobilità.
Eurostat 2026 mostra che:
- le richieste di asilo sono aumentate del +18 per cento
- la mobilità intra UE è cresciuta del +9 per cento
L’Europa è un cantiere sociale aperto e la Repubblica italiana ne è parte. Il dibattito europeo non riguarda solo la gestione dei confini, ma la definizione di un modello di società: aperta, chiusa, selettiva, inclusiva.

“Remigrazione”: una proposta di legge contro gli Italiani
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