Migranti Press numero 2 febbraio 2026
Il numero 2/2026 di Migranti Press, il periodico mensile della Fondazione Migrantes Anno XLVII, si apre con una realtà potente: Il volto umano della crisi climatica.
Quando restare è impossibile
Non si fugge soltanto di guerre e persecuzioni. Oggi si fugge anche da una terra che non accoglie più. Il Dossier presenta un’analisi sul fenomeno dei “migranti climatici”, la vera sfida umanitaria del ventunesimo secolo.
Il volto della crisi climatica: l’esodo silenzioso parla al femminile
Gli effetti devastanti del riscaldamento globale stanno distruggendo il tessuto sociale delle popolazioni più vulnerabili del pianeta, delineando i contorni di una vera e propria crisi umanitaria globale. All’interno di questo esodo silenzioso, tuttavia, si consuma una doppia ingiustizia: quella climatica e quella di genere. Le catastrofi ambientali non colpiscono tutti allo stesso modo; sono le donne e le ragazze a pagare il prezzo più alto della devastazione.
La tragedia del Pakistan e la voce di Sajida
Il volto di questa crisi emerge con drammatica chiarezza dalle parole di Sajida Batool (una ragazza di vent’anni). La testimonianza di Sajida è stata pubblicata originalmente in un blog sul sito dell’UNICEF Sud Asia, dall’attivista climatica e giornalista diciottenne pakistana, Zainab Waheed. Sajida ricorda la furia distruttiva delle alluvioni del 2022 nella provincia di Khaipur, in Pakistan, un Paese storicamente tra i più colpiti da eventi meteorologici estremi.
Il suo racconto descrive uno scenario di privazione assoluta: emergenza alimentare, crisi sanitaria, istruzione negata. In contesti simili, le ragazze affrontano barriere specifiche: quando le risorse scarseggiano, sono spesso le prime ad abbandonare la scuola per aiutare nella gestione domestica o a subire matrimoni precoci come strategia di sopravvivenza economica familiare.
I numeri di un fenomeno globale
Il dramma di Sajida non è un caso isolato, ma fa parte di un ecosistema di sofferenza globale ampiamente documentato. Secondo i dati statistici della nona edizione del Report “Il diritto d’asilo” 2025 della Fondazione Migrantes, intitolato “Richiedenti asilo: le speranze recluse”, la dimensione degli spostamenti forzati legati all’ambiente ha raggiunto livelli senza precedenti:
46 milioni di sradicati invisibili sono stati registrati a livello globale nel sono corso del 2024. Persone costrette a lasciare la propria terra non a causa di guerre, ma per alluvioni, siccità e tempeste sempre più violente.
Oltre 123 milioni di persone nel mondo sono costrette a fuggire da guerre, persecuzioni, crisi climatiche e autocrazie.
3 rifugiati su 4 continuano a essere accolti in Paesi a basso o medio reddito
La situazione in Italia, si conferma come un nodo cruciale per le politiche di gestione dei flussi, spesso caratterizzato da lunghe attese, pratiche di trattenimento e una gestione che rischia di comprimere la dignità e l’iter di chi cerca protezione.
Il dato più allarmante emerge però dall’incontro con le stime di Un women e Undp: l’80% di questi migranti climatici sono donne. Un dato drammatico che trasforma la crisi climatica in una questione profondamente legata al genere e alla geografia delle disuguaglianze globali.
La crisi climatica: dall’Africa all’Italia
I disastri ambientali ormai seguono rotte precise e disegnano una mappa della vulnerabilità globale e locale ben definita: L’Africa Subsahariana emerge come il vero epicentro: registra 6 milioni di spostamenti annui per disastri ambientali (il 25% del totale globale). Le proiezioni scientifiche indicano che entro il 2050 quest’aria vedrà ben 86 milioni di migranti interni, il Sud Asia 40 milioni, l’Est Asia e Pacifico 49 milioni. Solo nel 2023 i tifoni in paesi come filippine, Indonesia e Vietnam hanno causato 9 milioni di spostamenti. In questo contesto, Il numero 232 (2023)della Rivista Studi Emigrazione del CSER inquadra il fenomeno come una necessità di resilienza in un “secolo nomade” di incertezza strutturale.
Tuttavia, l’Italia non è immune a questo fenomeno, lo conferma Virginia Della Sala nel suo libro Migrare in casa (Edizioni Ambiente, 2024) il Mediterraneo, hotspot climatico con un riscaldamento del 20% superiore alla media globale, genera ormai “migranti climatici interni”, nel 2023, quasi 50.000 italiani sono stati sfollati a causa di frane e inondazioni, un dato raddoppiato rispetto alla media del periodo 2018-2022.
L’analisi- Decreto Sicurezza 2026
Di Gazmir Cela
L’entrata in vigore del cosiddetto “Decreto Sicurezza” (decreto-legge n. 23/2026) segna un punto di non ritorno nella gestione della protezione internazionale in Italia. Il provvedimento punta a blindare le frontiere nazionali e a velocizzare le procedure di espulsione attraverso una forte stretta su identificazioni, respingimenti e tempi di trattenimento nelle strutture.
Tuttavia, un’analisi puramente numerica o burocratica non basta per comprendere le reali implicazioni di questa riforma. Come evidenziato da Gazmir Cela (Responsabile area cittadinanza Ciac), per leggere correttamente le pieghe di questo provvedimento non è sufficiente la conoscenza fredda dei codici giuridici. È necessario uno sguardo più profondo: serve competenza tecnica sul diritto, unita alla consapevolezza umana di cosa significhi vivere concretamente sulla propria pelle la marginalizzazione e l’ingiustizia delle leggi.
Per Cela, invocare l’articolo 3 della nostra Costituzione non è un esercizio di retorica, ma una necessità legale. La Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza; questo decreto, al contrario, ne costruisce di nuovi. La vera legalità non viene assicurata dalla velocità delle espulsioni, ma dalla tenuta delle garanzie.
In sintesi: Le analisi dei dati dimostrano che la vulnerabilità ambientali è strettamente legata alle disuguaglianze sociali preesistente. Le donne, che in molte aree rurali del mondo dipendono direttamente dalle risorse naturali per il sostentamento familiare, si trovano in prima linea di fronte al collasso degli ecosistemi. Senza canali di migrazioni sicuri e legali e in assenza di un pieno riconoscimento internazionale dello status di “rifugiato climatico”, milioni di persone rimangono intrappolate in una spirale di povertà o sono costrette a intraprendere rotte migratorie altamente rischiose. Affrontare la migrazione climatica oggi non è più solo un’emergenza ecologica, ma una battaglia fondamentale per la giustizia sociale e l’uguaglianza.
Madaì Bonilla

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