8 marzo Giornata Internazionale della Donna
L’8 marzo non nasce come una celebrazione generica della femminilità, ma come momento di rivendicazione per le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne e per accendere i riflettori su discriminazioni e violenze ancora persistenti.
Nel 2026, il tema globale scelto dalle Nazioni Unite è “Rights. Justice. Action.” (Diritti. Giustizia. Azione).
Il potere dell’istruzione come atto di giustizia sociale per chi ha attraversato i confini
Mentre l’8 marzo 2026 accende i riflettori sui diritti e sulla parità, c’è una rivoluzione silenziosa che attraversa le aule delle nostre università e dei centri di formazione: quella delle donne migranti. Per loro, l’istruzione non è soltanto un percorso accademico, ma un radicale atto di resistenza. Nonostante le barriere linguistiche e il “soffitto di cristallo” moltiplicato dell’etnia, i dati raccontano una spinta al riscatto senza precedenti. Stando all’ultimo rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione, le donne rappresentano ormai il 52% della popolazione straniera in Italia. Eurostat conferma che, in Europa, le donne migranti investono nella formazione più degli uomini e più delle coetanee italiane in alcuni segmenti d’età, e non sono più solo figure “al seguito” dell’uomo per ricongiungimento familiare, ma protagoniste del proprio progetto migratorio. La loro determinazione è confermata dai dati dell’ISTAT: le donne straniere mostrano tassi di partecipazione scolastica e universitaria in costante crescita, con una quota di laureate che, in alcune fasce d’età, sfida la media nazionale. Secondo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, l’investimento in formazione delle lavoratrici straniere è la chiave di volta per passare dal lavoro di cura sottopagato a professioni ad alto valore aggiunto. Celebrare questa giornata significa dunque guardare a queste donne studentesse come alle nuove architette di un’Italia più inclusiva e resiliente.
Il peso della sfida: tra burocrazia e “brain waste”
Tuttavia, il percorso verso la laurea è spesso una corsa a ostacoli segnata dal fenomeno del “brain waste” (lo spreco di cervelli). Molte donne arrivano in Italia con titoli già conseguiti nei paesi d’origine, ma si scontrano con un sistema di riconoscimento lento e costoso: secondo i dati della Fondazione ISMU, una quota significativa delle donne migranti è sovraistruita rispetto alla mansione che svolge, restando spesso intrappolata nel settore dei servizi domestici o della cura, nonostante competenze elevate. A questo si aggiunge la precarietà economica: per una studentessa straniera, l’accesso alle borse di studio è spesso ostacolato da requisiti burocratici complessi legati all’ISEE parificato. Eppure, come evidenziato dal Consiglio Nazionale dell’Economia del Lavoro (CNEL), la loro resilienza trasforma lo studio in un presidio di libertà; ogni esame superato diventa uno scudo contro lo sfruttamento e un passo verso quell’autonomia decisionale che è il cuore pulsante delle rivendicazioni di questo 8 marzo. A ciò si aggiunge:
- carichi di cura: il 70% del lavoro domestico non retribuito è svolto da donne;
- violenza di genere: 1 donna su 3 nel mondo ha subito violenza (OMS), con rischio amplificato per chi non ha reti sociali;
- salute mentale: solitudine migratoria, ansia, stress;
- divario salariale: fino al 20% per le donne migranti;
- cittadinanza digitale: accesso limitato a tecnologie e formazione.
Per noi, l’8 marzo non è un rituale: è un momento per riconoscere il valore di tutte le donne, italiane e migranti, che ogni giorno costruiscono questo Paese. Non esiste un “noi” e un “loro”: esiste una comunità di donne che, con percorsi diversi, costruisce l’Italia di oggi. Madai-Vanessa
Il gender gap nelle carriere e nei ruoli decisionali
Un aspetto essenziale della parità di genere riguarda il gender gap nelle carriere e nei ruoli decisionali. Il Global Gender Gap Report del World Economic Forum colloca l’Italia al 79° posto su 146 Paesi per partecipazione economica e opportunità, evidenziando una persistente sotto‑rappresentazione femminile nei ruoli di leadership. L’ISTAT conferma che solo il 32% delle posizioni manageriali è occupato da donne, con percentuali ancora più basse tra le donne con background migratorio, spesso concentrate in settori con scarsa mobilità verticale. Questi dati mostrano che la questione della parità di genere non riguarda solo l’accesso al lavoro, ma anche la possibilità di crescere professionalmente, essere riconosciute e partecipare ai processi decisionali che modellano la società.
Impatto economico e sociale
Secondo i dati del Rapporto annuale 2025 della popolazione non comunitaria in Italia, le donne migranti:
- contribuiscono al PIL
- sostengono due famiglie (qui e nel Paese d’origine)
- arricchiscono il tessuto culturale
- portano competenze linguistiche e interculturali
- favoriscono la rigenerazione dei territori
Queste sfide riguardano tutte le donne. Ma per chi arriva da un altro Paese, spesso si sommano, si intrecciano, si amplificano.
I volti del riscatto
Il successo di questa rivoluzione silenziosa ha i volti e le voci di donne migranti come Karen, fuggita dalla Colombia in cerca di sicurezza e ha trovato in Italia la rinascita per la propria famiglia.
Madaì, arrivata dal Guatemala, ha dovuto conciliare il suo ruolo di madre, i turni del lavoro, le notti sui libri, superando lo scoglio di un sistema universitario profondamente diverso da quello del suo Paese d’origine.
Vanessa, che ci insegna che la parità non è solo un concetto teorico, ma passa attraverso l’accesso concreto allo studio e alla cura di sé.
Tre donne migranti che in questo marzo 2026 celebrano i loro traguardi più ambiti.
Noi – Karen, Madaì e Vanessa – viviamo, studiamo e lavoriamo in Italia. Questo Paese è la nostra casa. È il luogo in cui abbiamo costruito relazioni, competenze, futuro. Le nostre storie non sono “storie di migranti”: sono storie di donne, e parlano a tutte. Alle donne italiane che si dividono tra lavoro e cura. Alle studentesse che cercano un posto nel mondo. Alle ricercatrici che lottano per essere riconosciute. Alle madri che tengono insieme la vita con fili invisibili.
La forza di ricominciare: la storia di Karen.
Sono Karen, vengo dalla Colombia, ho 31 anni e oggi, in questa giornata speciale dedicata alle donne, voglio condividere con voi la mia storia di rinascita. Sono in Italia da 8 anni, insieme alla mia famiglia: mio marito, i nostri due figli, mia madre e mio fratello. Oggi posso dire con grande gioia che stiamo bene e ci sentiamo a casa, ma il percorso per arrivare fin qui è stato lungo e faticoso. Arrivare in un Paese straniero, senza conoscere la lingua e senza appoggi, è una sfida che mette a dura prova la dignità e la forza di una donna. Non è stato facile ricominciare da zero. Per fortuna, la nostra strada ha incrociato persone meravigliose. Nei due anni vissuti nel centro di accoglienza ‘Casa del Sole’, ho incontrato chi mi ha teso la mano, aiutandomi non solo a sopravvivere, ma a integrarmi, a partire dalla mia prima maestra di italiano. Grazie a lei ho trovato la forza di cercare lavoro, prima come commessa, mentre i miei figli iniziavano la scuola.
Ma la vera svolta, il momento in cui ho sentito di riprendere in mano le redini della mia vita come donna e lavoratrice, è arrivato dopo la pandemia. Grazie a CasaScalabrini 634, ho conosciuto i progetti della Fondazione CSER dedicati alle donne migranti. Lì, grazie alla pazienza e alla fiducia di persone splendide, ho scoperto nuove competenze nel campo della digitalizzazione e dell’inserimento documentale.
Quel lavoro mi ha restituito me stessa. Collaborando con le altre ragazze del progetto, abbiamo creato una vera famiglia lavorativa. Oggi, la Karen che lavora al computer, che impara e si specializza, è la donna che volevo essere: attiva, competente e appagata.
L’anno scorso ho raggiunto un altro traguardo fondamentale per la mia indipendenza: ho preso la patente di guida. È un piccolo passo che mi dà la carica per continuare a lavorare, per me e per il futuro dei miei figli.
Diritti. Giustizia. Azione
Queste tre parole descrivono anche i nostri percorsi: il diritto allo studio, la giustizia sociale che cerchiamo attraverso il lavoro, l’azione quotidiana con cui costruiamo il nostro futuro in Italia.
La “pergamena” del coraggio: come l’istruzione ha trasformato il mio percorso migratorio.
Mi chiamo Madaì, ho 41 anni e vengo dal Guatemala. Dieci anni fa mi sono trasferita in Italia per amore, con il sogno di costruire una famiglia con mio marito che non solo mi ha amata, ma mi ha dato la forza di non mollare mai. La storia di noi donne, e soprattutto di noi donne migranti, ci insegna che l’amore e il supporto sono pilastri fondamentali, ma da soli non bastano a garantire la nostra autonomia.
Emigrare significa avere il coraggio di ricominciare da zero, mantenendo intatta la propria essenza e i propri desideri. Dopo due gravidanze, quando le mie figlie hanno iniziato la scuola, ho sentito il bisogno di riprendermi la mia vita professionale. È stato allora che ho incontrato lo scoglio dell’invisibilità: due anni di curricula inviati a vuoto, due anni di lotta contro la delusione. La forza di noi donne risiede nella capacità di non arrenderci. Nel 2022 ho ritrovato la mia strada grazie alla Fondazione CSER. Attraverso il progetto E-library on the move, ho incontrato persone che hanno creduto in me, guidandomi alla scoperta dell’università in Italia. Intraprendere questo percorso non è stato facile. Dividersi tra turni di lavoro, figlie e notti sui libri, ma il desiderio di realizzarmi professionalmente mi ha permesso di riuscire ad avere la meglio nonostante le difficoltà.
Proprio a marzo 2026, celebro un traguardo che è mio, ma che dedico a tutte le donne: la mia Laurea in Mediazione Interculturale presso l’Università per stranieri Dante Alighieri di Reggio Calabria. Nelle aule dell’università ho trovato molto più di un titolo di studio; ho trovato uno spazio di rinascita professionale.
Per me, questo diploma di laurea non è solo un foglio di carta: è la prova tangibile che quando il diritto allo studio incontra la determinazione di una donna, la migrazione smette di essere marginalità e diventa una promessa di futuro. Celebriamo oggi la nostra capacità di vivere l’intercultura, di non annullarci mai e di contribuire a una società più giusta, inclusiva e accogliente. Perché il diritto di sognare e di realizzarsi non deve avere confini.
Per noi, studiare non è mai stato un privilegio: è stato un modo per ritrovare noi stesse, per costruire autonomia, per sentirci parte della società italiana. Madai Vanessa
Radici in movimento, conoscenza che diventa casa
Sono Vanessa e il mio percorso migratorio inizia in Colombia, ma trova pieno significato qui, in Italia, dove ho trasformato il mio arrivo in un cammino di studio, lavoro e partecipazione sociale. Dopo dieci anni di vita, impegno e radicamento, nel 2025 ho ottenuto anche la cittadinanza italiana, un passaggio che per me rappresenta non solo un riconoscimento formale, ma il simbolo di un’appartenenza costruita giorno dopo giorno, attraverso lo studio, il lavoro e la partecipazione alla vita sociale e culturale del Paese. Una parte di questa storia l’ho raccontata anche nel fumetto “In senso inverso. Storie di donne in movimento”, che ho co-realizzato per il progetto Draw My Life – In senso inverso, perché credo che narrare le migrazioni femminili sia un modo per restituire dignità, memoria e rappresentazione. Ad ottobre 2025 mi sono laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino – Angelicum e attualmente frequento la Licenza in Scienze Sociali con specializzazione in Comunicazione alla Pontificia Università Gregoriana. Lo studio, per me, è stato un luogo di radicamento: un modo per comprendere la società italiana e trovare la mia voce al suo interno.
Le nostre storie parlano agli studenti, perché mostrano che lo studio può cambiare una vita. Parlano alla comunità scientifica, perché rivelano fenomeni sociali complessi: mobilità, resilienza, brain waste, cittadinanza. Parlano alle donne italiane, perché raccontano sfide condivise: cura, lavoro, autonomia, riconoscimento. Parlano a chiunque abbia dovuto ricominciare. Vanessa e Madaì
Dal 2025 lavoro presso la Fondazione Centro Studi Emigrazione di Roma (CSER), dove mi occupo di ricerca, comunicazione istituzionale e media digitali, contribuendo alla valorizzazione del patrimonio culturale legato alle migrazioni. In precedenza, ho collaborato ai progetti E-Library on the Move (2022), Cultural Regeneration Institute (2023), Side by Side (2024) e Draw My Life – In senso inverso (2024). Nel 2024 ho partecipato anche a una ricerca sulla sostenibilità dei mercati contadini di Roma Capitale, promossa dall’Angelicum e pubblicata su Oikonomia (2025), un’esperienza che mi ha permesso di osservare da vicino le dinamiche sociali, economiche e culturali che attraversano le città.
Questi percorsi mi hanno permesso di sviluppare competenze in archiviazione digitale e fotografica, data entry, editoria digitale, comunicazione sociale, media digitali e studi di genere. Ma soprattutto mi hanno insegnato quanto sia importante dare voce e spazio alle donne, in tutti i contesti: accademici, culturali, sociali. Partecipare a progetti diversi, contribuire alla ricerca, raccontare storie e costruire narrazioni condivise è per me un modo per restituire alla società che mi ha accolta ciò che ho ricevuto: opportunità, fiducia, possibilità di crescere come parte di un tutto. Il mio percorso mi ha insegnato che la migrazione non è un’interruzione, ma una trasformazione. E che la conoscenza può diventare una radice: un modo per sentirsi parte della società italiana, contribuendo alla sua memoria, alla sua ricerca e al suo futuro.
L’8 marzo non parla solo di conquiste passate, ma delle strade che ancora stiamo costruendo.
Le storie di Madai, Vanessa e Karen ci ricordano che dietro ogni percorso migratorio c’è una donna che studia, lavora, cresce, sogna e contribuisce a costruire la società in cui vive. Riconoscere queste storie significa riconoscere che la parità non ha confini e che una società più giusta nasce quando nessuna donna resta invisibile.
Queste donne ogni giorno costruiscono, insieme a milioni di altre donne italiane e straniere, un’Italia più giusta, più competente e più umana.

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