
10 dicembre – Giornata Internazionale dei Diritti Umani
Diritti sotto pressione tra Italia, mondo e migrazioni: dati, sfide e responsabilità condivise
di Vanessa Klinger e Madaì Bonilla
Il 10 dicembre di ogni anno ricorre la Giornata Internazionale dei Diritti Umani, istituita per ricordare l’adozione, nel 1948, della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (UDHR). Un documento cardine composto da 30 articoli che afferma i diritti inalienabili di ogni persona, senza distinzione di etnia, religione, genere, lingua, opinione politica o origine sociale. A settantasette anni dalla sua firma, quel testo resta un faro imprescindibile ma sempre più messo alla prova da crisi globali, instabilità geopolitiche e crescenti disuguaglianze.

Un sistema internazionale in affanno
Gli organismi incaricati della tutela dei diritti umani operano oggi in uno scenario complesso.
Tra essi, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHRC) – United Nations Human Rights Council), l’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani (OHCHR) e, a livello europeo, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).
Tuttavia, come evidenziano il World Report 2025 di Human Rights Watch e il rapporto 2024/25 di Amnesty International, la capacità del sistema internazionale di prevenire e gestire conflitti e violazioni appare sempre più limitata.
In Sudan, Gaza e Myanmar si registrano violazioni sistematiche; in molti Paesi autoritari aumentano repressione del dissenso e limitazioni allo spazio civico; e in Europa, il Consiglio d’Europa richiama alla necessità di una pace in Ucraina fondata sul pieno rispetto dei diritti fondamentali (Nuovo Patto Democratico per l’Europa).
Statistiche allarmanti: tratta, violenza di genere, diritti dei bambini
Le sfide ai diritti umani non colpiscono tutti allo stesso modo. Alcune persone sono particolarmente vulnerabili:
- Tratta di esseri umani: il Global Report on Trafficking in Persons 2024 dell’UNODC segnala un +25% di vittime globali nel 2022, con un incremento drammatico della tratta di minori (+31%) e dello sfruttamento legato a povertà, instabilità e crisi climatiche.
- Violenza contro le donne: secondo ISTAT (2025), in Italia il 31,9% delle donne tra 16 e 75 anni ha subito violenza fisica o sessuale almeno una volta nella vita, spesso all’interno delle relazioni affettive.
- Infanzia e adolescenza: per Save the Children, nel 2025 un miliardo di bambini nel mondo è esposto a minacce legate a conflitti, disastri climatici e disuguaglianze. In Italia, l’Atlante dell’infanzia (a rischio) documenta il persistere di forti vulnerabilità territoriali.

L’Italia tra progressi e criticità
In Italia, il monitoraggio degli organismi indipendenti e dei centri di ricerca mette in luce luci e ombre.
Il World Report 2025 di HRW evidenzia:
- pressioni sulla libertà di stampa,
- ostacoli alle ONG nelle operazioni di salvataggio dei migranti,
- un clima crescente di ostilità verso comunità LGBT+ e diritti riproduttivi.
Cosa denuncia Amnesty per l’Italia: migranti, rifugiati, discriminazione
- Amnesty segnala che la situazione dei rifugiati e migranti in Italia continua ad essere tra le maggiori “zone grigie” per i diritti umani. Condizioni di detenzione amministrativa, inadeguatezza dei centri di accoglienza e pratiche — anche di cooperazione con paesi terzi — mettono a rischio dignità, sicurezza e diritto d’asilo di chi arriva.
- Si registrano casi di detenzione illegale in strutture di rimpatrio o centri di accoglienza — situazione segnalata come problema strutturale.
- Le persone razzializzate, migranti, rifugiati e richiedenti asilo sono frequentemente esposte a discriminazioni, razzismo, profiling — a volte anche da parte di forze dell’ordine o ufficiali dello Stato.
- Subiscono inoltre esclusione sistemica nell’accesso a diritti fondamentali: alloggi dignitosi, servizi sociali, protezione legale, integrazione. Il rapporto cita il mancato rispetto del diritto all’alloggio per alcuni gruppi vulnerabili.
In sintesi: secondo Amnesty, in Italia vi è un pattern — non episodico — di violazioni dei diritti fondamentali per migranti e rifugiati, aggravato da razzismo strutturale e da politiche migratorie e di accoglienza inadeguate.

Dati recenti su arrivi, morti in mare e percorso migratorio
Per comprendere l’entità e il contesto delle migrazioni verso l’Italia e l’Europa, è utile considerare alcuni dati globali / regionali (non tutti esclusivi per l’Italia), raccolti da UNHCR, IOM e altri:
- Nel 2024, secondo il fact-sheet di UNHCR per l’Italia, gli arrivi via mare registrati nel Paese sono stati 66.617 persone.
- Sempre nel 2024, la stima di persone “dead and missing” (morte o disperse) nel Mar Mediterraneo è aumentata: circa 1.692 persone risultano morte o disperse sulla rotta del Mediterraneo centrale.
- A livello mediterraneo più ampio, secondo International Organization for Migration (IOM), nel 2024 si sono registrate in totale circa 2.452 vittime (morti o scomparse) nel Mediterraneo nel loro tentativo di raggiungere l’Europa.
- Il rapporto IOM sottolinea come la rotte mediterranee — in particolare quella dal Nord Africa verso l’Italia/Europa — restino tra le più pericolose al mondo per le persone migranti: la probabilità di morte o sparizione nel viaggio rimane criticamente alta.
Questi numeri confermano quanto denunciato da Amnesty: chiedere asilo o attraversare il Mediterraneo per arrivare in Europa è un percorso con rischi gravissimi e molti non lo superano.
Violazioni + mortalità: come le politiche, la mancata accoglienza e la discriminazione si intrecciano
La combinazione tra i due piani (diritti all’arrivo/in accoglienza vs pericolo del viaggio) crea una struttura di gravi vulnerabilità:
Chi parte rischia la vita in mare: la significativa mortalità (migliaia di vittime ogni anno) testimonia come spesso migranti e rifugiati siano costretti a fare scelte disperate, ricorrendo a rotte pericolose e a trafficanti. Chi arriva — se sopravvive — affronta spesso sistemi di accoglienza che violano diritti umani: detenzione amministrativa, carenze nei servizi, esclusione sociale, condizioni di vita degradanti. In aggiunta, la discriminazione razziale/etnica strutturale — anche istituzionale — ostacola concretamente l’integrazione: rende più difficile accesso a servizi, casa, lavoro e protezione, e accentua la marginalizzazione.
Questa combinazione rende la condizione di migranti e rifugiati in Italia e sulle rotte mediterranee non solo precaria, ma spesso mortale e degradante.
Il ruolo di UNAR, discriminazioni e profili istituzionali
I dati riportati da UNAR mostrano che, nel corso del tempo, le denunce di discriminazioni su base razziale/etnica — pur rappresentando il gruppo più numeroso — hanno mostrato qualche diminuzione. Tuttavia, su altri fronti (orientamento sessuale, identità di genere, disabilità) le segnalazioni di discriminazione aumentano.
Questo scenario conferma che il razzismo e le discriminazioni in Italia sono un fenomeno strutturale e multidimensionale, che riguarda non solo migranti e rifugiati ma anche altri gruppi vulnerabili (LGBTQ+, persone con disabilità).
Un quadro di emergenza sistemica — con numeri che non possono essere ignorati
Combinando le segnalazioni di Amnesty con i dati UNHCR/IOM e le analisi su discriminazioni istituzionali, emerge un quadro allarmante ma coerente:
- La rotta migratoria verso l’Italia e l’Europa continua ad essere estremamente pericolosa. Migliaia di persone muoiono ogni anno nel tentativo di attraversare il Mediterraneo.
- Chi riesce ad arrivare spesso entra in contesti di vulnerabilità grave: detenzione, esclusione sociale, discriminazione, mancato accesso a diritti.
- Le politiche attuali — di detenzione, respingimenti, cooperazione con paesi terzi — non bastano a garantire dignità, protezione, sicurezza. Anzi, contribuiscono al mantenimento di un sistema che produce vulnerabilità e morte.
- Serve un impegno articolato: vie di migrazione legali e sicure, rafforzamento dell’accoglienza dignitosa, contrasto sistematico a razzismo e discriminazione, meccanismi di monitoraggio e trasparenza.
Il legame tra migrazioni e diritti umani è oggi più che mai centrale. Il nuovo Patto UE su migrazione e asilo, in approvazione nel 2026, introduce norme più rigide su controlli e rimpatri, suscitando un acceso dibattito sulla compatibilità con i principi della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
L’appello delle Nazioni Unite: una vigilanza costante
Nel messaggio per il 2025, il Segretario Generale Antonio Guterres ricorda che i diritti umani sono «inalienabili, indivisibili, interdipendenti». Ma lo spazio civico si sta restringendo e troppe violazioni segnalano un “flagrante disprezzo per la sofferenza umana”. La sua chiamata è chiara: uniamoci per proteggere i diritti, la dignità e la libertà di tutti.
Il contributo del CSER: educare, proteggere, cambiare
Per il Centro Studi Emigrazione di Roma (CSER), la Giornata Internazionale dei Diritti Umani non deve essere una ricorrenza simbolica, ma un’occasione di confronto e responsabilità.
I dati, se letti insieme, mostrano una realtà ancora segnata da violazioni, disparità e regressioni democratiche.
La difesa dei diritti non è un compito esclusivo delle istituzioni, ma una responsabilità collettiva che richiede:
- educazione e sensibilizzazione,
- politiche inclusive,
- rafforzamento delle istituzioni internazionali,
- lotta alle discriminazioni e alle narrative disumanizzanti,
- tutela di chi è più vulnerabile: donne, minori, migranti, comunità marginalizzate.
La Giornata dei Diritti Umani ci invita a misurare la distanza tra i principi sanciti nel 1948 e la realtà del 2025. È un invito a non dare per scontate libertà, giustizia, pari opportunità e dignità umana, ma a proteggerle con impegno quotidiano.







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