
Tra memoria e responsabilità: Mattmark 30 agosto 1965
Di Carola Perillo
Mattmark, 30 agosto 1965.
C’è un’ora esatta — le 17:15 — in cui il ghiaccio ha chiarito agli uomini la sua forza.
Quel pomeriggio, alle pendici del ghiacciaio dell’Allalin (canton Vallese, Svizzera), due milioni di metri cubi di ghiaccio e detriti si staccarono improvvisamente, travolgendo il villaggio-cantiere della diga di Mattmark. In pochi secondi scomparvero baracche, officine, mensa. Ottantotto persone non tornarono a casa: 56 italiani, 23 svizzeri, 4 spagnoli, 2 tedeschi, 2 austriaci e un apolide. Tra loro due donne (una italiana e una svizzera), quasi mai ricordate quando si elencano i numeri.
Il cantiere sospeso tra fiducia nel progresso e tragedia umana
In un contesto segnato dalla fiducia nella potenza della tecnica moderna, i lavoratori — molti emigrati italiani — si trovavano in condizioni difficili: isolati, a contatto con un ambiente ostile e costantemente a rischio. Quel 30 agosto il loro sacrificio divenne una delle ferite più profonde dell’emigrazione del secondo dopoguerra .
Oltre il dolore: memoria sfuggente e riscatto
Il volume monografico Studi Emigrazione (n. 196, 2014), voluto dal sociologo e politico Toni Ricciardi, riflette sul significato storico di quella catastrofe, riconducendola al legame tra catastrofe, fordismo e migrazione — ovvero la modernizzazione industriale e la mobilità umana sottoposte a uno stress sociale e tecnico spesso sottovalutato.
Mattmark è stata definita una “Marcinelle dimenticata”, non solo per l’oblio che ne seguì, ma anche per la velocità con cui si cercò di smorzare ogni rivendicazione di responsabilità.
I colleghi scavarono per giorni, poi per mesi. L’ultima salma riemerse solo l’anno dopo. E nelle liste dell’assicurazione si fissò a inchiostro freddo ciò che il lutto aveva già inciso: 86 uomini, 2 donne; 37 non sposati; 51 sposati; 79 figli aventi diritto a rendita. Le cifre della SUVA disegnano il profilo di famiglie spezzate più che una contabilità di cantiere.

Il silenzio delle istituzioni e la resistenza della memoria
Il cantiere di Mattmark era già noto per segnali di instabilità: giorni prima dell’incidente si erano registrati movimenti pericolosi e persino la rottura di tubazioni d’acqua. Il processo del 1972 si concluse con sanzioni minime, secondo il criterio che il crollo fosse “improbabile”, difendendo l’idea della fatalità piuttosto che della responsabilità.
Le voci di operai sopravvissuti
Il racconto della cronaca di allora rimane straziante: un operaio sopravvissuto raccontò:
«Per me è come se fossi nato ieri alle 17.30»
Mentre descriveva lo stato di incredulità, l’atro sopravvissuto spiegava:
«Non ho capito più nulla […] ho scavato un po’ con le mani e sono riuscito a mettermi in salvo» .
Oggi commemorare Mattmark vuol dire ricordare per imparare.
Mattmark simbolizza le falle di un modello di sviluppo che dava e ancora oggi dá per scontata la sicurezza umana.
Come sostengono studiosi come Matteo Sanfilippo, Lorenzo Prencipe e Toni Ricciardi recuperare queste storie è un gesto civile indispensabile per tornare a riconoscerci nei sacrifici del passato e comprendere il presente della mobilità umana.
Ogni anno, il 30 agosto invita non solo al lutto, ma alla riflessione: il valore delle vite di tutti i lavoratori e in particolare di chi emigra per lavorare, della co-responsabilità nelle grandi opere, del diritto alla storia degli invisibili.
Box dati – italiani in Svizzera (anni ’60–’70)
- Quota di stranieri in CH: 10,8% (1960) → 17,2% (1970). Gli italiani erano la componente più numerosa (≈ 54% degli stranieri nel 1970, esclusi stagionali).
- Settori prevalenti: edilizia, industria manifatturiera, alberghiero; larga presenza di stagionali (Gastarbeiter) con permessi a 9 mesi.
- Edilizia 1970: 111.724 italiani (≈ 30% degli italiani presenti).
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