
Se la Gold Card ci fosse da sempre: l’America senza Google, i jeans e la Bank of America
Di Carola Perillo
L’America degli immigrati
L’America di cui oggi vogliamo parlare è quella nata da immigrati: dai colonizzatori europei, che arrivarono sottomettendo le popolazioni native. E poi dagli schiavi forzati dall’Africa e poi dalle ondate di poveri provenienti da tutto il mondo.
Un paese costruito sulla fusione di culture, lingue e tradizioni, dove la forza è sempre stata la diversità. Pensare oggi di chiudersi dietro ad un nazionalismo “economico e censitario” è un’illusione. Significa opprimere la vera natura degli Stati Uniti. Una nazione che non è mai stata omogenea, ma che proprio dalla mescolanza ha tratto energia e grandezza.
Tra la fine dell’800 e la metà del ’900 circa 4-4,5 milioni di italiani immigrarono negli Stati Uniti, molti con valigie di cartone e senza un soldo.
Oggi oltre 17 milioni di americani si dichiarano di origine italiana.
E lo stesso vale per milioni di irlandesi, polacchi, tedeschi, ebrei dell’Est Europa, asiatici e latinoamericani.
La Bank of America e i poveri immigrati italiani dei primi del ‘900
Se la “gold card” da un milione di dollari ci fosse stata tanta di quella popolazione sarebbe stata esclusa: città, quartieri, aziende, industrie, opere d’arte, musica e cinema sarebbero andate altrove. Le identità e culture che sono oggi patrimonio USA non esisterebbero.
La storia degli Stati Uniti è costellata di figure di immigrati partiti dal nulla. Tutte persone che non avevano un capitale iniziale, ma che hanno costruito un pezzo di America con talento, lavoro e visione.
La retorica politica secondo cui l’immigrazione “toglie lavoro agli americani” ignora i dati: uno studio della National Foundation for American Policy mostra che il 51% delle startup statunitensi, valutate oltre un miliardo di dollari, ha almeno un fondatore immigrato.
Il secondo colosso bancario degli Stati Uniti, la Bank of America ci dice, inaspettatamente, qualcosa dei nostri “poveri” emigranti italiani: Amadeo Giannini nel 1904 fondò la Bank of Italy, aperta nei locali di un ex saloon. Nel 1906, dopo il terremoto di San Francisco, con una tavola appoggiata a due botti costruì un impero economico, sui sogni e le speranze di chi non aveva altro che la forza di volontà.
Nel 1928 creò la Bank of America, il banchiere degli ultimi divenne il banchiere degli americani. La più famosa banca degli Stati Uniti è nata come banca per gli immigrati italiani, quell’esercito di poveri a cui nessuno voleva concedere prestiti.
Italiani commercianti, poeti, letterati ed immigrati
E ancora Antonio Veniero, immigrato italiano che fondò la storica pasticceria Veniero’s a New York.
Nella letteratura che fece grande il sogno americano ci sono tanti altri immigrati: scrittori come Ed McBain (al secolo Salvatore Albert Lombino), Don DeLillo, John Fante e Mario F. Puzo (The Godfather), tutti nati da famiglie di poveri immigrati.
Se l’America fosse stata popolata solo da chi poteva permettersi una “gold card”, non esisterebbero Google, Tesla, WhatsApp, Levi’s, Bank of America, Broadway, il jazz di New Orleans o il cinema di Hollywood come lo conosciamo.
Se l’America avesse sempre chiuso le porte ai poveri, non avremmo i film di Capra, i colpi di DiMaggio, né le invenzioni nate da menti che venivano da oltre oceano, come Enrico Fermi e lo stesso Einstein.
Politica e paura
Dietro la “gold card” da un milione di dollari si cela un’ America piccola che tradisce se stessa.
L’America vera è quella che ha saputo riconoscere la ricchezza negli occhi di chi non aveva nulla se non un sogno. Proprio questa America di immigrati ha costruito il “sogno americano”. Ancora più grave è l’idea di una cittadinanza legata al “censo”, un bene per pochi, che mina l’idea di stessa di democrazia. Se per entrare negli Stati Uniti ci vorrà una gold card da un milione di dollari, quanti milioni di dollari l’America pagherà all’immaginazione, capacità, senso di identità e apparenza di tutti gli immigrati che l’hanno resa la potenza che è oggi?
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