La narrazione sulle migrazioni: questioni, opportunità, advocacy
Il 12 febbraio 2026, la FOCSIV ha organizzato per i suoi aderenti un webinar su:
“La narrazione sulle migrazioni: questioni, opportunità, advocacy”
In merito alla questione: quali spazi e processi sono agibili per una narrazione (e una politica) positiva sulla mobilità umana?
Prima del dibattito tra i partecipanti al webinar, sono intervenuti Andrea Stocchiero, policy Focsiv, Ferruccio Pastore, direttore FIERI sulle risultanze del progetto BRIDGES sulla comunicazione sulle migrazioni, Tana Anglana, senior specialist M&D and strategic communication, sulla prospettiva narrative change e la campagna Che Italia! e Lorenzo Prencipe, Presidente CSER che ha proposto esperienze e orientamenti per la discussione.
Le riflessioni del Presidente CSER, Lorenzo Prencipe.
Il centro studi scalabriniano sulle migrazioni, nasce nel 1963 e nei decenni ha sviluppato un modello di ricerca sulle migrazioni, fondato sull’interazione tra produzione scientifica, documentazione, divulgazione e progettazione sociale.
In tale ottica, negli ultimi anni il CSER ha realizzato progetti di formazione in digital skills, di inserimento nel mercato del lavoro per migranti, come Wip, Web4Neet, MyVyou, E-Library on the move, Draw My Life, dedicati a persone in situazione di vulnerabilità quali neomaggiorenni ex MSNA, donne migranti e rifugiate, Neet, con l’obiettivo di far parlare direttamente i migranti e i rifugiati della loro realtà.
Attraverso il racconto di queste storie di vita, il CSER ha sviluppato una forma di comunicazione della ricerca capace di:
* tradurre contenuti complessi in linguaggi accessibili;
* generare empatia e consapevolezza interculturale;
* favorire percorsi educativi nei contesti scolastici;
* valorizzare la dimensione soggettiva dell’esperienza migratoria.
La divulgazione, infatti, non è un momento secondario rispetto alla ricerca, ma una sua estensione epistemologica, coerente con l’idea che la conoscenza, socialmente significativa, vada condivisa.
In continuità con quanto appena ascoltato da Ferruccio e da Tana vorrei proporre alcune considerazioni per aprire il dibattito.
Il primo aspetto da sottolineare riguarda il divario esistente tra:
– la più diffusa comprensione/rappresentazione/narrazione delle migrazioni additate come il buco nero di tutti i problemi sociali, economici, identitari, securitari dei cosiddetti paesi di accoglienza
– la minoritaria (almeno dal punto di vista mediatico e politico) posizione di quanti vedono nelle migrazioni una dimensione strutturale e non rimovibile di più ampi processi di trasformazione sociale, culturale, economica delle società, sia in partenza che in arrivo.
Le domande che ci poniamo, allora, sono: Come colmare questo divario? Quali strategie elaborare, quali strumenti utilizzare e quali politiche perseguire per evitare quelle polarizzazioni dicotomiche (utili ai talk show, ma non alla coesione sociale) tra oppositori (per i quali le migrazioni sono il male assoluto) e fautori (per i quali le migrazioni sono le soluzioni ai problemi)?
In realtà, se non tutto è nero o bianco, buono o cattivo, questo vale a maggior ragione per la comprensione/narrazione delle migrazioni che sono processi umani, di ogni tempo, “normali” di cui è necessario capire natura, tendenze, modelli, cause ed effetti per poterle vivere al meglio.
Il secondo aspetto da sottolineare è, quindi, la necessità di proporre un nuovo/altro paradigma circa la realtà delle migrazioni che portano vantaggi ad alcuni e svantaggi ad altri, ma che non possono essere semplicemente ignorate o stereotipate.
In genere, l’opinione pubblica, spesso influenzata da media e politici da un lato e da organizzazioni umanitarie dall’altro, si concentra sulle storie drammatiche di migranti, sui barconi che affondano, sulle persone che muoiono nei deserti o ai confini dei paesi nel tentativo di attraversarli.
Tali storie sono utilizzate per alimentare una visione unilaterale e vittimizzante in cui i migranti “che fuggono dalla miseria”, sono vittime – da salvare – da trafficanti e scafisti.
Vengono, in questo modo, ignorate le storie silenziose della stragrande maggioranza di persone che con le migrazioni cercano una vita migliore per sé e le loro famiglie.
Trovare e promuovere i canali per dare voce alla normalità delle migrazioni, nei loro percorsi di vita, fatti di sfide, ostacoli, impegno e realizzazioni, è una delle strade da percorrere.
Gli stessi politici che sostengono di poter controllare i flussi migratori con misure repressive spesso e volentieri ignorano o sottovalutano il fatto che quando l’immigrazione cala o cresce, essa dipende di solito più da cambiamenti socioeconomici (come l’aumento della disoccupazione nei paesi di destinazione o la fine di conflitti in aree di partenza) che da decreti-legge securitari.
Allo stesso tempo, però, va segnalata la sottovalutazione del fatto che la maggior parte dei benefici economici dell’immigrazione vada agli strati sociali più benestanti, mentre i problemi sociali attribuiti all’immigrazione gravano soprattutto sui cittadini comuni che negli ultimi decenni hanno visto abbassarsi la stabilità lavorativa, il potere d’acquisto e il tenore di vita.
E la politica invece di occuparsene per favorire la coesione sociale continua ad adottare misure per stigmatizzare, come capro espiatorio, la presenza d’immigrati, favorendone così segregazione e discriminazione.
Terzo elemento che propongo al dibattito è che non ci sono soluzioni facili per realtà complesse.
Perciò evitando di alimentare panico e paura verso i migranti, è necessario pensare e realizzare politiche migratorie per “il bene comune” di tutti i membri della società in modo da superare efficacemente una sorta di “trilemma migratorio” (un dilemma a tre corni) tra:
– il desiderio politico di frenare/controllare l’immigrazione (al massimo concependola come “temporanea” e “qualificata”)… ma quasi sempre l’immigrazione comporta un certo grado di insediamento permanente cui i politici sembrano non essere molto interessati
– l’interesse economico di avere più immigrazione per coprire il fabbisogno di alcuni settori del mercato del lavoro (edilizia, agricoltura, servizi infermieristici, domestici di assistenza a minori e anziani…), ma i migranti non sono solo “fattori di produzione”, bensì persone che creano legami sociali, familiari, amicali e con la nascita di figli tendono sempre più a insediarsi in maniera permanente
– e “l’obbligo/dovere/impegno etico” di garantire e rispettare i diritti fondamentali di migranti e rifugiati… il che ci riporta a mettere al centro delle iniziative tutto ciò che porta ai percorsi verso la residenza permanente e la cittadinanza per gli immigrati, soprattutto se nati e scolarizzati in Italia.
Infatti, il non aver messo la dovuta attenzione sui processi integrativi hanno aggravato i problemi di isolamento sociale e segregazione degli immigrati, colpendo soprattutto le seconde-terze generazioni (quelli che chiamiamo “maranza”) che si sentono continuamente respinti dalla società cui di fatto appartengono…
La storia, invece, è piena di esempi di gruppi di migranti svantaggiati e discriminati che si emancipano con il lavoro, lo studio e l’imprenditorialità a condizione che si garantiscano loro i diritti fondamentali e si offrano reali percorsi di cittadinanza.
Allo stesso tempo, perpetuare lo stato di illegalità di un certo numero di immigrati porta ad una maggiore esclusione (e a reazioni violente)… Si rendono quindi necessarie misure di sanatoria per i migranti già presenti sul territorio (anche per avvicinare domanda e offerta di lavoro, cui gli attuali flussi triennali non rispondono adeguatamente) e canali legali, regolari e strutturali di entrata, capaci di garantire sia una permanenza stabile nei paesi di destinazione sia liberi ritorni dei migranti nei paesi di origine.
In conclusione, il quarto e ultimo elemento per la discussione è considerare che qualsiasi dibattito sull’immigrazione è sempre una riflessione sul tipo di società che vogliamo costruire e in cui vogliamo vivere. Quale risposta diamo a tale questionamento?
Una società in cui è sempre più necessaria, da un lato una migliore sensibilizzazione delle opinioni pubbliche affinché non prevalga la narrazione dell’invasione e, dall’altro, una efficace e condivisa azione di cooperazione internazionale (sostenuta anche economicamente):
- per garantire la protezione dei rifugiati (contro discriminazioni, respingimenti massivi e azioni positive d’integrazione),
- per sostenere i paesi di destinazione (assistenza finanziaria e tecnica per accoglienza e integrazione)
- e per arginare, nei paesi d’origine, le cause degli esodi umani (risoluzione dei conflitti, strategie di riduzione del rischio di disastri ambientali, progetti duraturi e a lungo termine di ritorno, reinsediamento e sviluppo integrale, in partenariato con i migranti di quei paesi e non contro di loro).
In tale ottica, con i migranti che, fuggendo da povertà (generata dagli squilibri mondiali di una ricchezza mal o non distribuita), da disastri ambientali (frutto dei cambiamenti climatici dovuti allo sfruttamento violento dell’uomo sul creato) e da conflitti armati (guerre, persecuzioni, atti di terrorismo), arrivano nei nostri Paesi è ora di costruire un vivere insieme tra diversi che si rispettano perché si accolgono nelle loro peculiarità e accettano di condividere la comunicazione (il linguaggio), il diritto (le regole), l’utilizzo solidale dei beni (il benessere);
con i migranti che, restando nei loro Paesi, subiscono povertà, disastri ambientali e conflitti armati, è il momento di abbandonare qualsiasi approccio neocoloniale di sottomissione, diretta o indiretta, agli interessi dei Paesi, singoli o aggregati in “presunte” Unioni, più ricchi (in denaro e/o in armi) o agli interessi di gruppi multinazionali dediti allo sfruttamento di uomini e beni. È il momento, di realizzare una rispettosa e solidale azione di cooperazione tra Paesi in vista di redistribuire le ricchezze in modo giusto ed equo, aiutare allo sviluppo efficace di Paesi spesso sfruttati, accompagnare con costanza la formazione educativa e lavorativa dei giovani in cerca di avvenire e sogni da realizzare.


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