Il Caporalato -Una storia- Nodi dell’Italia Repubblicana
Edito da Carocci
Dalle mondine del primo Novecento ai “rider” della Gig Economy: il nuovo saggio di Giovanni Ferrarese (ISMed-CNR). Il Caporalato offre una ricostruzione puntuale di questo sistema di intermediazione illecita dal secondo dopoguerra ai giorni nostri.
Una storia che non si ferma
Contrariamente alla percezione comune che confina il fenomeno esclusivamente alle campagne del Mezzogiorno, l’analisi di Ferrarese dimostra come il caporalato possieda una rilevanza sociale e un’incidenza economica strutturale che attraversa diversi settori produttivi in tutta Italia. Il volume non si limita a descrivere lo sfruttamento, ma ne indaga le connessioni più oscure tra qui: Il legame con la criminalità organizzata, le dinamiche di violenza di genere e lo sfruttamento del lavoro minorile, l’evoluzione normativa, dalla legge 199 del 2016 fino alle sfide attuali.
Il caporalato e il lavoro minorile
Nel dopoguerra, il caporalato ha mostrato il suo volto più spietato attraverso la gestione della manodopera infantile. L’autore documenta una realtà che oggi appare inimmaginabile: la pratica di mandare i propri figli “sotto padrone”. In un contesto di miseria estrema, le famiglie rurali cedevano i bambini per la cura del bestiame in cambio di poco grano o poche lire, con l’unico obiettivo di “alleggerire” il numero di bocche da sfamare.
Dalla ricerca emergono dettagli agghiaccianti su veri e propri mercati pubblici della manodopera minorile.
Il legame tra migrazioni e sviluppo
In questa ricostruzione, i processi di sviluppo economico e le dinamiche migratorie emergono come i due fattori strutturali che hanno ridefinito il raggio d’azione degli intermediari. Il caporalato, dunque non è un’anomalia geografica, ma un metodo operativo flessibile che ha seguito lo spostamento della manodopera e le necessità dei poli attrattivi industriali e agricoli del Paese.
Il Caporale: un “Manager” dell’ombra nella modernità
Uno dei punti di forza del saggio risiede nella decostruzione dell’immagine del caporale come residuo arcaico di un mondo contadino che non esiste più. Al contrario, l’autore descrive una figura dotata di una “notevole capacità di adattamento”, capace di riconfigurarsi in risposta alle trasformazioni dei sistemi produttivi. Lungi dall’essere un elemento marginale, il caporalato si insinua nei contesti produttivi più avanzati e formalmente regolati, agendo nelle zone d’ombra del sistema normativo per normalizzare forme di lavoro povero e precario.
L’etnicizzazione del caporalato:
Il saggio di Ferrarese mette in luce un passaggio tanto sottile quanto brutale nell’evoluzione del sistema agricolo italiano. Se fino agli anni Ottanta il caporale era quasi esclusivamente italiano, nel nuovo millennio assistiamo a una mutazione genetica del fenomeno: la nascita del caporale straniero. Dall’analisi del capito 6.1 emergono dettagli fondamentali su questa “nuova figura di mediazione”.
Caporalato e violenza di genere
Nel paragrafo 6.4 del saggio l’autore affronta un tema spesso taciuto: la violenza di genere. Ferrarese cita un volume seminale del 1995 della sindacalista Adele Grisendi, Giù le mani, che squarciò il velo sulle molestie sessuali nei luoghi di lavoro. I dati riportati sono allarmanti: il 37% delle lavoratrici dichiarava di aver subito molestie. Un numero enorme che, secondo l’autrice, rappresentava solo la punta dell’iceberg di un fenomeno pervasivo e spesso non denunciato per timore di ritorsioni o perdita del lavoro.
Nel sistema del caporalato, la donna vive una doppia subalternità: come lavoratrice sfruttata e come soggetto esposto a ricatti sessuali. Il controllo del caporale non si limitava al tempo del lavoro o al trasporto, ma si estendeva all’intimità e alla dignità della persona, rendendo la violenza un elemento “strutturale” del governo della manodopera femminile.
La nascita del “Caporalato digitale”
Tuttavia, il saggio avverte che il caporalato ha già trovato nuovi territori dove prosperare: Il settore della logistica e del food delivery. Il paragrafo 7.3 del libro emerge come il modello del caporalato sia migrato nei servizi urbani, introduce un termine modernissimo e brutale: il caporalato digitale. L’autore analizza la condizione dei riders: viene descritto un sistema di “caporalato per intermediazione digitale” dove lo sfruttamento non è più gestito solo fisicamente da una persona in piazza, ma mediato da tecnologie che impongono tempi di consegna disumani e paghe irrisorie, in quello che viene definito come un contesto di “omicidio stradale o sul lavoro” latenti nelle grandi città.
Nelle ultime pagine del saggio, Ferrarese analizza questa frontiera dello sfruttamento: quella che dalla terra si sposta sull’asfalto delle nostre città. L’analisi dell’autore giunge alla contemporaneità affrontando il passaggio legislativo più atteso: la legge n. 199 del 2016. Nata sotto la spinta dell’indignazione per la morte di Paola Clemente e dei drammi nelle campagne. Questa norma ha introdotto un cambio di paradigma fondamentale, estendendo la responsabilità penale anche al datore di lavoro che sfrutta lo stato di bisogno. Il primo caso di applicazione dell’art. 603-bis c.p. la sentenza di merito in oggetto, relativa al noto caso Uber a Milano, riguardante lo sfruttamento dei riders impiegati nella consegna del cibo a domicilio.
Per concludere: Il libro è uno strumento essenziale per studiosi, operatori del settore e per chiunque voglia comprendere come lo “stato di bisogno” dei lavoratori venga sistematicamente convertito in profitto illecito. La storia del caporalato è la storia di una lotta mai conclusa per la dignità del lavoro. Leggere questo saggio significa smettere di essere semplici consumatori e diventare cittadini capaci di riconoscere il prezzo reale, in termini diritti umani, di ciò che arriva sulle nostre tavole o davanti alla porta di casa nostra.
Madaì Bonilla

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