Giornata europea delle lingue: l’Europa che parla molte storie
Ci sono parole che conosciamo bene e altre parole che impariamo quando la vita ci porta in un Paese nuovo. Ci sono parole che appartengono alla scuola, al lavoro, alla famiglia; altre parole che arrivano con i nonni, con gli amici, con la televisione o oggi, sempre più spesso, con i social network.
Per chi vive un’esperienza migratoria, la lingua non è mai soltanto uno strumento per comunicare. La lingua è il modo attraverso cui entriamo in relazione con gli altri, la lingua costruisce un’identità, mantiene un legame con la propria storia e, in alcuni casi, il modo in cui si riesce concretamente a esercitare un diritto.
È da questa prospettiva che possiamo guardare alla Giornata europea delle lingue, che il 26 settembre 2026,che quest’anno ha come tema “Languages unite!”.
La giornata, promossa dal Consiglio d’Europa nel 2001, invita a riconoscere la diversità linguistica europea e a considerare l’apprendimento delle lingue come uno strumento di comprensione e partecipazione.
Nel 2025, in occasione del suo 25° anniversario, il tema era “Languages open hearts and minds!”: il passaggio al messaggio del 2026, “Le lingue uniscono”, sembra particolarmente significativo in un’ Europa nella quale la mobilità e le migrazioni stanno trasformando profondamente le società.
Una società che parla molte lingue
L’Italia, così come gli altri paesi europei, non sono più società che si possono capire solo attraverso una sola lingua.
I dati più recenti dell’ISTAT indicano che al 1° gennaio 2026 in Italia ci sono 5,56 milioni di persone con cittadinanza straniera (9,4% della popolazione).
C’è stato un incremento di 188 mila persone rispetto all’anno precedente, segnando un +3,5%. Nel 2025 il numero di persone che sono arrivate dall’estero è stato di 296 mila, grazie soprattutto all’arrivo di cittadini stranieri.
Dietro queste cifre ci sono persone, famiglie e lingue diverse.
Ci sono bambini che parlano italiano a scuola e un’altra lingua a casa. Ci sono genitori che imparano l’italiano mentre parlano la loro lingua con i figli. Ci sono giovani che usano più lingue nella vita di tutti i giorni.
Per questo motivo non si dovrebbe guardare alle lingue dei migranti solo come un problema da risolvere. Sono anche una ricchezza, un elemento culturale e sociale, una forma di memoria e una competenza che può creare relazioni.
Il libro Linguistica migratoria. Dinamiche, itinerari, identità, di Barbara Turchetta, Margherita Di Salvo e Caterina Ferrini, pubblicato da Carocci nel 2026, affronta proprio questa prospettiva interdisciplinare. Collega la sociolinguistica, la migrazione, l’identità e il contatto tra lingue. Permette di guardare alle migrazioni moderne attraverso la lente della lingua, senza ridurla a un semplice strumento di comunicazione.
Forse questo è uno degli aspetti più interessanti da considerare nella riflessione del 26 settembre: una lingua che accompagna una persona non è una lingua fuori posto. È una lingua che entra a far parte della storia del luogo in cui quella persona arriva.
I bambini sono il punto in cui le lingue si incontrano
La questione diventa ancora più delicata quando parliamo di bambini.
Un bambino con genitori migranti può crescere attraversando più sistemi linguistici nello stesso giorno: una lingua in famiglia, l’italiano a scuola, un’altra lingua nei contenuti digitali che guarda. Non è necessariamente una confusione. È un repertorio.
Il bilinguismo infantile non dovrebbe essere interpretato automaticamente come un problema da correggere. Il punto educativo è piuttosto capire come sostenere lo sviluppo delle diverse competenze linguistiche senza trasformare la lingua familiare in un ostacolo o in un segno di estraneità.
Il Consiglio d’Europa considera l’integrazione linguistica ed educativa dei bambini e degli adolescenti con background migratorio una delle questioni più urgenti per gli Stati membri e mette a disposizione strumenti specifici per il sostegno linguistico.
I dati più recenti aiutano a capire perché la questione non possa essere rimandata.
Nel 2025, 158.400 minorenni hanno presentato per la prima volta domanda di asilo nell’UE, pari al 23,7% di tutte le prime domande di asilo. Il 13,3% di questi minori era costituito da minori non accompagnati. (Eurostat)
UNHCR ha evidenziato nel 2025 che l’istruzione rappresenta una vera infrastruttura di protezione per bambini e ragazzi costretti alla mobilità, ma che la carenza di posti nelle scuole, la scarsità di insegnanti e le barriere linguistiche continuano a creare rischi di esclusione.
La lingua, quindi, non è un dettaglio da definirsi in termini di mera competenza, è uno strumento di inclusione che si consolida con politiche di integrazione scolastica.
La lingua determina la possibilità di entrare nella comunità scuola, comprenderne le regole, partecipare alla vita della classe, parlare con gli insegnanti e, soprattutto, sentirsi parte di quella comunità.
Il plurilinguismo nell’Italia contemporanea
Anche i dati italiani confermano che i repertori linguistici stanno cambiando progressivamente.
Secondo l’ISTAT, L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere, nel 2024, pubblicato nel gennaio 2026, mostra che il 69,5 % della popolazione di 6 anni e più dice di conoscere almeno una lingua straniera, con un aumento di 9,4 punti percentuali rispetto al 2015. L’inglese è la lingua straniera più conosciuta, seguita da francese e spagnolo. L’inglese è ancora la lingua straniera più conosciuta. Lo stesso rapporto mostra che il 10,1 % della popolazione parla un’altra lingua rispetto all’italiano in almeno un contesto relazionale. La stessa percentuale, il 69,1 %, si trova tra le persone con lingua madre straniera. L’uso di lingue diverse dall’italiano è aumentato anche nella famiglia, passando dal 6,9 % del 2015 al 7,7 % del 2024, e nei rapporti con gli estranei, dal 2,2 % al 3,5 %. È interessante notare che anche la famiglia sta usando più lingue diverse dall’italiano. Il dato suggerisce una trasformazione importante: il plurilinguismo non è più solo una caratteristica collegata alla presenza straniera, ma è diventato una parte del repertorio comunicativo della società italiana contemporanea. Credo che questa evoluzione renda la comunicazione italiana più ricca e aperta.
Una riflessione per la Giornata europea delle lingue
La Giornata europea delle lingue è l’occasione per andare oltre una semplice festa della diversità linguistica.
Nel 2025 il Consiglio d’Europa ha ricordato che imparare le lingue è parte fondamentale della partecipazione democratica, dell’inclusione e della comprensione reciproca.
Nel 2026 i dati ci mostrano una società italiana in cui la mobilità internazionale è ancora un elemento strutturale e in cui cresce la presenza di diversi repertori linguistici. Le lingue si diffondono.
La domanda non è solo quante lingue conosciamo.
Le condizioni sociali che permettono alle lingue di diventare risorse sono quelle che chiediamo.
Una lingua può aprire porte all’istruzione e al lavoro, mantenere legami familiari, favorire la partecipazione sociale e costruire identità plurali. Ma può diventare una barriera se le istituzioni, la scuola o il mercato del lavoro ignorano la diversità dei repertori linguistici.
Per questo il plurilinguismo deve essere visto come fenomeno linguistico, sociale, culturale e politico allo stesso tempo.
Le lingue migranti non sono marginali rispetto alla società europea; sono parte dei processi che trasformano l’Europa contemporanea.
La Giornata europea delle lingue ci invita, infine, a imparare una nuova lingua e a guardare la diversità linguistica in modo diverso: non come una deviazione da un modello unico, ma come una caratteristica strutturale delle società contemporanee.
Comprendere le lingue che vivono in Europa significa, in parte, capire le persone, le mobilità e le trasformazioni sociali che stanno costruendo l’Europa di oggi.
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