28 aprile Giornata mondiale della Sicurezza e salute sul lavoro – Migranti
La sicurezza e salute sul lavoro dei migranti.
Cosa significa parla di questo argomento, in un Paese che si mantiene, spesso senza avere una grande consapevolezza, sulla forza lavorativa di chi arriva da altrove e che però rimane ai margini delle tutele?
Il 28, aprile Giornata Mondiale della Sicurezza e della Salute sul Lavoro, ci invita a guardare ciò che resta spesso fuori dalla nostra inquadratura. Osservando le mani di chi raccoglie, costruisce, assiste, trasporta, cura e che molto spesso si ammala e muore in silenzio. Non si tratta solo di dati statistici e normative, analizzare questo fenomeno sociale è guardare oltre i numeri, significa considerare le persone dietro i numeri.
Da dove nasce la commemorazione del 28 aprile
Dal 2003, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL/ILO) celebra la Giornata mondiale per la sicurezza e la salute sul lavoro. La data, fissata è in commemorazione commemorazione dei lavoratori morti e feriti sul lavoro, promossa dai sindacati fin dal 1996.
OIL ha infatti trasformato il ricordo in un impegno globale. Questo appuntamento serve a ricordare che ogni anno si contano circa 2,78 milioni di morti per cause professionali e oltre 374 milioni di infortuni non mortali, la maggior parte dei quali sarebbe evitabile.
2026: cosa sta accadendo davvero ai lavoratori migranti
Secondo i dati raccolti dall’ILO (2024-2025), i lavoratori migranti nel mondo sono 184 milioni nel mondo, circa il 5 per cento della forza lavoro globale. In Europa, i dati Eurostat confermano una realtà che conosciamo bene, risulta evidente un sovra-utilizzo di manodopera straniera nei settori lavorativi più rischiosi, tra cui agricoltura, edilizia, logistica e cura.
La situazione in Italia
I dati ufficiali raccolti e analizzati dall’INAIL, e confermati dal Ministero del Lavoro restituisce la panoramica di un quadro complesso:
- Gli infortuni complessivi diminuiscono del dell’1,6%
- Gli infortuni in itinere aumentano del 7,6%.
- Le malattie professionali crescono del 14,4%, con incrementi significativi in agricoltura e logistica.
Questi raccontano una realtà sociale precisa. Il calo degli infortuni totali può dipendere da innovazioni e tecnologiche, automazione, riduzione delle ore lavorate in alcuni settori. Ma l’aumento degli infortuni in itinere e delle malattie professionali colpisce proprio chi è più vulnerabile.
Gli infortuni in itinere: il rischio che nasce fuori dal luogo di lavoro
L’aumento degli infortuni in itinere è un indicatore sociale, non solo stradale. Il tragitto casa/lavoro è un luogo di rischio che intreccia, un esempio chiaro di questa situazione :
- orari massacranti,
- turni spezzati,
- lunghi spostamenti,
- mancanza di trasporti pubblici,
- utilizzo di biciclette o motorini,
- stanchezza cronica
- Segregazione occupazionale, barriere linguistiche e formative
Per un approfondimento giuridico, utile anche per comprendere le responsabilità datoriali, leggi: Lavoro Diritto Europa
Secondo l’ ISS – Determinanti sociali della salute dei migranti: i lavoratori migrant sono tra i più colpiti perché vivono spesso in zone periferiche o rurali, lontani dai luoghi di lavoro, e si muovono con mezzi precari. Il tragitto diventa così un’estensione del rischio lavorativo.
Le malattie professionali: il corpo come archivio della fatica
L’aumento del 14,4% delle malattie professionali è un segnale profondo, queste non esplodono all’improvviso e rappresentano un indicatore dello sforzo fisico.
- i settori più colpiti sono agricoltura, logistica, cura e pulizie
- i lavoratori migranti sono sovraesposti a patologie muscolo-scheletriche, dermatologiche, respiratorie e stress lavoro correlato.
Differenze tra uomini e donne migranti: due vulnerabilità diverse
Il Rapporto annuale della popolazione non comunitaria costituisce un pilastro fondamentale: mostra come la popolazione non comunitaria sia ormai parte integrante del tessuto socioeconomico italiano, con una presenza significativa proprio nei settori più esposti agli infortuni.
Le differenze di genere sono profonde.
Uomini migranti
- più presenti in edilizia, agricoltura, logistica;
- maggiore esposizione a rischi fisici e infortuni gravi;
- più incidenti mortali.
Donne migranti
- più presenti in cura, assistenza, pulizie, ristorazione;
- maggiore esposizione a sovraccarico fisico, stress, violenze e molestie;
- più lavoro informale, quindi meno tutele.
Le donne migranti sono tra i gruppi più vulnerabili d’Europa per combinazione di tre fattori: genere, status migratorio e precarietà.
La testimonianza di Balbir Singh, raccolta da Marco Omizzolo, mostra cosa significhi lavorare senza sicurezza turni massacranti, paghe da fame, violenze psicologiche, condizioni abitative degradanti, totale assenza di protezioni e formazione.
Lavoratori italiani all’estero, un’altra faccia della stessa vulnerabilità
Parlare di sicurezza significa anche guardare a chi, italiano, lavora fuori dai confini nazionali. Una realtà spesso dimenticata, ma che riguarda oltre 5,8 milioni di italiani iscritti all’AIRE, che affrontano sfide simili a quelle dei migranti in Italia:
- lavori manuali e stagionali in Germania, Svizzera, Regno Unito
- edilizia e logistica in Belgio e Lussemburgo
- ristorazione e turismo in Francia e Spagna
- assistenza e cura in molti Paesi del Nord Europa
Le ricerche mostrano che gli italiani impiegati in lavori non qualificati all’estero hanno un rischio di infortunino superiore del 20 per cento rispetto ai lavoratori locali, molti non conoscono a fondo i sistemi di tutela del Paese ospitante insieme alle barriere linguistiche che ostacolano la formazione sulla sicurezza e come conseguenza una precarizzazione contrattuale il che aumenta la ricattabilità
Conclusione
Il 28 aprile ci ricorda che la sicurezza non è un fatto tecnico, bensì un fatto umano. La storia di Balbir ci mostra che dietro ogni statistica c’è una vita che chiede dignità, ascolto, giustizia. Raccontare queste storie significa contribuire a una cultura della prevenzione che non lasci indietro nessuno. E allora la domanda che ci accompagna, alla fine, è semplice e radicale…
Che tipo di società siamo, se continuiamo a proteggere alcuni e a esporre altri? La risposta non è immediata, ma il cambiamento inizia sempre da una presa di coscienza. Da uno sguardo che finalmente vede.

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