10 ottobre – Giornata Mondiale della Salute Mentale: Trauma post arrivo nei percorsi migratori
Non è soltanto ciò che accade durante il viaggio a determinare il benessere di una persona migrante. Anche il lavoro, l’appartenenza, la discriminazione e le condizioni di vita dopo l’arrivo possono lasciare conseguenze profonde.
Il 10 ottobre, in occasione della Giornata mondiale della salute mentale, abbiamo l’opportunità di riflettere su un aspetto della migrazione che spesso rimane in secondo piano: cosa succede alla salute mentale dopo l’arrivo? Quando si parla di migranti e salute mentale, è facile focalizzarsi sulle esperienze traumatiche vissute prima della partenza o durante il viaggio: guerre, persecuzioni, violenze, separazioni. Queste sono sicuramente realtà significative, ma non raccontano l’intera storia.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ci ricorda che il benessere psicologico dipende anche da ciò che accade nel Paese di destinazione: precarietà economica, abitativa, discriminazione, isolamento, separazione familiare, difficoltà ad accedere ai servizi e condizioni lavorative sfavorevoli.
Il viaggio non finisce superando un confine. Per alcune persone, il momento più difficile arriva dopo, quando si inizia a costruire una nuova vita. È importante ricordare che, per molti, il vero inizio è dopo l’arrivo.
Il trauma post-migratorio: il peso del “dopo”
Non tutti i migranti sono persone traumatizzate e non tutte le esperienze migratorie producono sofferenza psicologica. È importante dirlo per evitare di trasformare la migrazione in una diagnosi. Tuttavia, la ricerca mostra che le condizioni post-migratorie possono incidere significativamente sulla salute mentale. Una revisione scientifica dedicata alle difficoltà successiva alla migrazione evidenzia il ruolo di discriminazione, precarietà, separazione familiare, barriere linguistiche e isolamento nel determinare il benessere psicologico. (PubMed)
Il problema, quindi non è soltanto ciò che una persona ha vissuto ma anche quanto a lungo rimane esposta a condizioni che le impediscono di sentirsi stabile e riconosciuta. Questo è particolarmente importante in Italia dove la presenza straniera è ormai una componente strutturale della società secondo ISTAT al 1° gennaio 2026 i residenti di cittadinanza straniera erano 5,56 milioni pari al 9,4% della popolazione circa 188 mila in più rispetto all’anno precedente. Non si tratta più quindi di un fenomeno temporaneo da osservare ai margini; è parte della trasformazione demografica italiana.
Quando “essere integrati” non basta
Parlare di integrazione spesso significa parlare di lingua, lavoro, documenti e partecipazione sociale. Ma una persona può avere un lavoro, parlare italiano e vivere regolarmente senza sentirsi davvero parte della società.
L’integrazione non è solo la capacità individuale di adattarsi. È anche la relazione tra la persona e il contesto in cui vive. La discriminazione, il razzismo e il senso di non appartenenza possono diventare fattori di stress quotidiano. L’OMS considera l’esclusione sociale, la discriminazione e l’isolamento come elementi che possono danneggiare la salute mentale di rifugiati e migranti. Da questa prospettiva, la domanda non dovrebbe essere solo: “Quanto è integrato il migrante?”
Dovremmo chiederci anche: “Quanto la società permette a quella persona di sentirsi parte?”
Il paradosso del migrante “forte”
C’è una immagine molto diffusa. È quella del migrante forte, che può lasciare tutto, ricominciare, lavorare e affrontare ogni difficoltà. Questa immagine però può nascondere la sofferenza. Chi è visto come forte può sentirsi meno autorizzato a chiedere aiuto. La resilenza diventa quasi un dovere. Bisogna farcela, adattarsi, non lamentarsi.
Essere resilienti non vuol dire non soffrire. La salute mentale non dovrebbe dipendere dalla capacità di sopportare senza fine condizioni difficili. Prevenire significa anche intervenire sulle condizioni che creano stress: precarietà, isolamento, discriminazione e insicurezza.
Quando una persona diventa “meno di ciò che era”
Un aspetto che spesso passa inosservato è la perdita di status. Una persona che arriva con una laurea, una carriera avviata e anni di esperienza, ma si ritrova a fare un lavoro che non ha nulla a che vedere con le sue competenze. In questo caso, la perdita non è solo economica; colpisce anche il riconoscimento sociale.
Il Rapporto annuale ISTAT 2025 mette in luce quanto sia marcato il disallineamento tra formazione e occupazione, soprattutto tra la popolazione straniera. Dietro a queste statistiche ci sono persone reali che lavorano, ma che si trovano a vivere una distanza tra ciò che sanno fare e ciò che riescono effettivamente a realizzare. Da un punto di vista antropologico, migrare significa anche affrontare una trasformazione della propria posizione sociale: ciò che aveva valore nel Paese d’origine potrebbe non avere lo stesso peso nel nuovo contesto. Questa frattura può avere un impatto profondo sull’autostima e sulla capacità di sognare un futuro migliore.
Donne migranti: la sofferenza che non sempre si vede
La salute mentale delle donne migranti necessita di un approccio mirato. Genere, religione, cultura e lingua d’origine, lavoro di cura, precarietà economica, responsabilità familiari e, in alcune situazioni violenza in migrazione, si combinano creando condizioni molto complesse. Ma è importante non vedere le donne migranti solo come vittime, sono lavoratrici, madri, studentesse, professioniste e protagoniste di reti familiari che attraversano i confini. Questa capacità di gestire molte responsabilità può rendere meno evidente il disagio delle donne migranti. L’OMS segnala vulnerabilità specifiche per le donne e ragazze migranti nonchè barriere che ostacolano l’accesso ai servizi sanitari e psicologici (WHO).
Per questo non basta avere servizi disponibili: i servizi devono essere davvero accessibili, comprensibili e devono tenere conto delle differenze culturali e linguistiche delle donne migranti. In Italia, L’INMP è una delle esperienze istituzionali più importanti nell’incontro tra salute, migrazione e disuguaglianze.
La seconda generazione: quando cambia la domanda
La migrazione non riguardo solo chi arriva. Riguarda anche chi nasce qui, chi cresce qui, chi ha la propria vita interamente in questo paese. Per le seconde generazioni, la sfida non è sempre l’accesso alla società, ma il riconoscimento della propria identità culturale composita. La domanda “da dove vieni veramente?” può sembrare innocente, ma può trasformarsi in una micro-esperienza di esclusione. Il messaggio che passa è “non sei davvero italiano”. Non si tratta di patologizzare, ma di riconoscere che discriminazione e apparenza possano influenzano la salute mentale in una società plurale.
Già nel 2014, nel numero 195 di Studi Emigrazione, p. Aldo Skoda sottolineava come come il benessere psicologico dei giovai con background migratorio, in particolare delle seconde generazioni, non possa essere letto soltanto come una questione individuale. Le difficoltà legate alla costruzione dell’identità, alle aspettative familiari e sociali, alla scuola, al gruppo dei pari e alla possibile esperienza di discriminazione possono incidere sulla salute mentale, soprattutto durante l’adolescenza. Per questo è necessario evitare di “colpevolizzare” il singolo per il proprio disagio e adottare invece una prospettiva più ampia, capace di considerare il contesto familiare, culturale, scolastico e sociale. La prevenzione del disagio richiede, sempre, interventi integrati: sostegno ai giovani nei percorsi identitari, accompagnamento delle famiglie e formazione degli operatori, in particolare di quelli scolastici, affinché sappiano riconoscere e affrontare le specificità legate all’esperienza migratoria.
Fotografie dell’ Archivio CSER
Collezione Cser

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