
The Ruin of Souls: un’intervista a Massimo Di Gioacchino
Di Matteo Sanfilippo
Massimo Di Gioacchino, ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia contemporanea nel 2018. In seguito, si è trasferito negli Stati Uniti. Qui nel 2019 e 2020 è stato visiting scholar presso la Columbia University. Poi è stato Tiro a Segno Visiting Professor in Italian American Studies, presso l’Università di New York.
Ora è direttore della Research Initiative on Global Italian Religious Networks sempre nella stessa università.
Inoltre coordina il New York University RomaTre Permanent Global Seminar .
Ha appena pubblicato un libro molto interessante sull’emigrazione italiana negli Stati Uniti: Ruin of Souls. A Religious History of Italian Catholic Immigrants in the United States, 1853-1921 (Dallas TX: Bridwell Press, 2025). Gli abbiamo posto alcune domande su questo nuovo libro.

Come si è svolta la tua ricerca?
The Ruin of Souls presenta una nuova storia della vita religiosa degli emigrati italiani negli Stati Uniti: dalla fondazione della prima chiesa cattolica italiana a Filadelfia nel 1853 fino alla fine del flusso migratorio. Questo fu causato dall’approvazione dell’Emergency Quota Act del 1921. Il volume documenta gli sforzi, i problemi e i fallimenti della Chiesa cattolica romana dell’epoca. Il tentativo era preservare la fedeltà degli italiani negli Stati Uniti al magistero e all’autorità della Chiesa.
L’interesse per questo tema è nato dall’esame di alcuni fondi conservati presso l’Archivio Apostolico Vaticano e l’Archivio di Propaganda Fide a Roma.
Questi materiali già sono stati parzialmente utilizzati da alcuni storici italiani a partire dagli anni Novanta. Suggerivano come le comunità italiane negli Stati Uniti, nel riorganizzare la propria vita religiosa, avessero dato origine a pratiche ed esperimenti ecclesiastici non canonici, dunque formalmente illeciti. Tra questi si annoverano l’elezione diretta dei parroci da parte dei fedeli, processioni religiose organizzate in opposizione ai divieti episcopali e la gestione laica della proprietà ecclesiastica.
Da qui è maturato il desiderio di ricostruire la storia religiosa degli italiani negli Stati Uniti non tanto come storia devozionale, quanto come storia ecclesiastica. Anzi, per essere preciso, come una storia politica dell’applicazione del canone religioso nelle comunità migranti.
Negli anni ho lavorato tra archivi italiani e americani per intrecciare le diverse fonti ecclesiastiche e analizzare la tensione tra norma e prassi nelle comunità italiane oltreoceano.

A quali conclusioni sei arrivato?
Le vicende esaminate nel libro rivelano l’esistenza di una dimensione eminentemente politica, finora trascurata, della vita religiosa degli emigrati italiani negli Stati Uniti.
Questa dimensione si manifesta nel modo irregolare con cui clero e laici italiani plasmarono la propria esperienza ecclesiale. Non si trattò di un rifiuto del magistero o dell’autorità della Chiesa, bensì di una forma di negoziazione e contestualizzazione dell’applicazione delle norme in un preciso contesto storico e geografico.
La migrazione transatlantica fu il fattore decisivo per la riorganizzazione delle forme di vita religiosa e comunitaria. Da un lato, costrinse gli emigrati italiani a elaborare nuove strategie di adattamento. Dall’altro, spinse la Chiesa a ridefinire i propri strumenti di cura e controllo pastorale. Pur cercando di preservare l’ordine sociale preesistente — ricreando “chiese italiane” in “quartieri italiani”, guidate da “preti italiani” — le comunità si trovarono inevitabilmente a reinterpretare ruoli, spazi e pratiche alla luce del nuovo contesto americano, dove gli stessi gesti e le stesse istituzioni assunsero significati diversi.
Se il tuo lavoro sulle due sponde dell’Atlantico è servito a raggiungere tali conclusioni
Assolutamente sì. Solo il confronto tra i fondi romani e quelli degli archivi diocesani americani ha permesso di cogliere la complessità della documentazione e la portata politica della gestione ecclesiastica. Fondamentale è stato anche il dialogo con storici italiani e statunitensi, che ha consentito di interpretare in modo più profondo fenomeni sociali complessi, al crocevia tra storia religiosa, storia delle migrazioni e storia sociale. Spero che questo volume possa contribuire a ripensare il modo in cui studiamo la storia religiosa delle comunità emigrate — non solo italiane — e, più in generale, le pratiche ecclesiastiche nel cattolicesimo contemporaneo.
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