
Rimpatri e sicurezza: un nuovo volto della politica migratoria europea?
L’11 marzo 2025, la Commissione Europea ha presentato il nuovo “Sistema europeo comune per i rimpatri”, un pacchetto normativo che punta a rendere più efficiente il rientro nei Paesi d’origine dei migranti in situazione irregolare. L’iniziativa nasce da una constatazione: meno del 20% dei rimpatri disposti viene effettivamente eseguito. Per colmare questo divario, Bruxelles propone strumenti come l’“ordine europeo di rimpatrio” — valido in tutti gli Stati membri —, un registro unificato dei rimpatri e la possibilità di istituire “return hubs” in Paesi terzi.
Pur rivestita da una retorica improntata alla tutela dei diritti fondamentali, questa proposta merita una lettura critica dal punto di vista sociologico. Anzitutto, segna un ulteriore passo verso la securitizzazione della mobilità umana, in cui il migrante irregolare viene rappresentato come una minaccia da contenere, più che come un soggetto portatore di diritti e bisogni e di tutele. L’introduzione di misure come la detenzione fino a 24 mesi per motivi di sicurezza accentua una logica emergenziale, spesso scollegata dalle reali condizioni dei migranti.
In secondo luogo, l’idea di esternalizzare le procedure di rimpatrio attraverso “hubs” collocati fuori dall’UE evidenzia un tentativo di delegare la gestione dei flussi migratori a Paesi terzi, sottraendola al controllo democratico e alla vigilanza pubblica. Questo meccanismo rischia di compromettere le garanzie giuridiche minime, alimentando zone grigie in cui i diritti fondamentali risultano difficilmente tutelabili.
Infine, l’approccio adottato sembra rispondere più a dinamiche politiche interne — come l’ascesa di movimenti populisti — che a un’analisi sistemica e solidale dei fenomeni migratori. La migrazione, tuttavia, è un fatto strutturale, non un’anomalia da rimuovere. Trattarla solo come problema di ordine pubblico significa rinunciare a comprenderne le cause profonde e le potenzialità sociali.
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Di Carola Perillo

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