Maabarot -campi di transito – Israele 1948-1951
Nel suo libro fotografico e documentale, l’autore Gabriele Levy ricostruisce con sensibilità artistica il drammatico triennio 1948-1951, tra grandi esodi e la difficile realtà delle ma’abarot in Israele.
Cosa significa, concretamente, vedere la popolazione del proprio Paese raddoppiare nel giro di appena trentasei mesi? Per comprenderlo, basterebbe immaginare l’Italia di oggi passare improvvisamente da 55 a 110 milioni di abitanti. Parte da questo fulminante parallelismo l’introduzione con cui l’autore si propone di sottrare all’oblio una delle pagine più complesse, traumatiche e affascinanti della storia del Medio Oriente contemporaneo. Il volume è un saggio visivo che con la raccolta di fotografie racconta come vivevano nelle maabarot (i campi di transito) i profughi ebrei.
Un viaggio filologico e fotografico
L’approccio di Levy si distingue fin dalle prime pagine per una scelta originale: l’inserimento di una parentesi linguistica che spiega il concetto di “radice” triconsonantica, l’elemento strutturale che unisce la lingua araba e quella ebraica. Un ponte culturale necessario per introdurre il lettore alla realtà di centinaia di migliaia di profughi, in fuga sia dall’Europa ferita dalla Shoah, sia dai paesi arabi segnati da improvvise ondate di feroce antisemitismo.
La storia si fa arte
Il cuore pulsante del libro è l’apparato fotografico. Pagina dopo pagina, il lettore si trova a bordo degli aerei dell’Operazione Ezra e Nehemia insieme agli ebrei curdi e iracheni in salvo, o sulle spiagge di Nahariyah a guardare i superstiti dell’Olocausto che sbarcano illegalmente da vecchie navi di carico.
L’autore ha accompagnato ogni scatto con didascalie precise che documentano la transizione dalle tende dei campi d’emergenza (le ma’abarot, appunto) alle prime case in muratura, costruite dagli stessi profughi.
In sintesi, Maabarot è un’opera imprescindibile per chiunque voglia comprendere le radici e la complessa identità sociale del moderno Stato di Israele, restituendo dignità a quelli che, vengono definiti i “profughi dimenticati” della storia.
Madaì Bonilla

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