
L’araba fenice
Crisi e resilienza nella Roma pontificia
Con un titolo che attira subito l’occhio Marina Formica e Donatella Strangio hanno ripercorso lo sviluppo romano tra Seicento e Ottocento, sottolineandone un aspetto particolare: la capacità di resistere a crisi di ogni tipo (economiche, sociali, politiche e sanitarie). In L’araba fenice. Crisi e resilienza nella Roma pontificia (1656-1870) (Roma: Viella, 2025) le due autrici prestano attenzione anche ai fenomeni migratori. O meglio sottolineano come le crisi portino a un atteggiamento schizofrenico: da un lato, gli stranieri sono invitati a visitare la città perché si ha bisogno dei guadagni turistici; dall’altro, si temono alcune categorie di immigrati, stabili o temporanei che siano. Il timore delle crisi finanziarie e soprattutto di quelle sanitarie, l’età moderna è infatti percorsa da pesti e pestilenze e queste innescano la continua paura dell’untore, ispirano il rigetto di gruppi identificati per la loro diversità religiosa (i musulmani e gli ebrei) o per il loro comportamento ritenuto delinquenziale (gli “zingari” e i “pitocchi”). La città si apre quindi o si chiude a seconda delle contingenze e in non pochi casi tende a rinchiudere i gruppi considerati pericolosi: si pensi al ghetto per gli ebrei, ma anche al settecentesco complesso del S. Michele dove sono segregati e spesso obbligati a lavorare ladri, prostitute, orfani, ragazze madri, anziani senza famiglia. Ciò nonostante nell’arco di quei due secoli Roma è uno dei centri urbani che accoglie la maggior percentuale di persone venute dal di fuori.
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