La San Raffaele: una fenice risorta
Matteo Sanfilippo
In La vita e l’opera di un grande vescovo Mons. Giovanni Battista Scalabrini (1934) Francesco Gregori ricorda come questi abbia pensato nel 1887 ad una Associazione di patronato per l’emigrazione da erigere in parallelo al Collegio piacentino per preparare i missionari che dovevano seguire i migranti nel Nuovo Mondo. Dalla documentazione di Propaganda Fide sappiamo che il vescovo ha proposto tale associazione alla Santa Sede, ma che quest’ultima gli ha ordinato di non farne nulla, diffidando delle iniziative affidate ai laici.
Sempre nel 1887, Scalabrini ha pubblicato L’emigrazione italiana in America. Osservazioni, primo suo scritto sull’argomento, nel quale afferma che non bisogna limitare le partenze, ma accompagnarle e seguirle.
Questo compito gravoso non può, a suo parere, essere affidato ai soli missionari. Si dovrebbe fondare una associazione analoga a quella creata in Germania da Peter Paul Cahensly (1838-1923), commerciante tedesco a Le Havre. Questi ha promosso nel 1869 un comitato per la protezione dei connazionali oltreoceano, che nel 1871 è stato riconosciuto canonicamente come St. Raphaelsverein zum Schutze deutscher katholischer Auswanderer, in seguito chiamato solamente St. Raphaels-Verein.
Scalabrini trova interessante questo modello tedesco; però, pensa che l’Italia abbia bisogno di qualcosa di leggermente diverso. A suo parere in Italia serve un’associazione “ad un tempo religiosa e laica”, la quale deve: sottrarre gli emigranti “alle speculazioni vergognose di certi agenti di emigrazione” e combattere i “sensali di carne umana”; istituire “un ufficio che prepari quanto occorre pel collocamento degli emigranti, sbarcati che sieno nei porti d’America”; fornire “soccorsi in caso di disastri o d’infermità, sia durante il viaggio, sia dopo lo sbarco”; procurare “l’assistenza religiosa, durante la traversata, dopo lo sbarco e nei luoghi ove gli emigranti andranno a stabilirsi”.
Per realizzare tali obiettivi ritiene che debbano sorgere comitati nei porti di partenza e di arrivo e che essi debbano garantire un soccorso effettivo. I loro membri devono partecipare all’assistenza pratica e avere rapporti stretti con il governo italiano e con i governi dei Paesi di accoglienza, nonché con le autorità locali, civili e religiose, delle città da cui si parte o in cui si arriva. Proprio in questa ipotesi stanno le probabili ragioni per cui il progetto è bloccato dalla Santa Sede.
Questa teme che la partecipazione attiva dei laici possa intralciare la propria strategia per riacquisire un ruolo “politico” in Italia, in Europa e nelle Americhe. Inoltre, per lo stesso motivo, vuole gestire in prima persona i rapporti con gli Stati del Vecchio e del Nuovo Mondo.
La tradizione dell’apporto dei laici alla vita religiosa italiana risale al IX-X secolo, quando appaiono le prime confraternite cittadine. Esse garantiscono ai propri appartenenti un luogo di socializzazione religiosa, dove si gestiscono opere e iniziative sociali, spesso di mutua assistenza, e si sviluppa una prassi comunitaria cultuale. Nell’Italia post-unitaria le confraternite non spariscono, tanto è vero che esistono ancora oggi, ma a fianco si sviluppano movimenti con finalità diverse. Essi vorrebbero coadiuvare il papato nel confronto con un contesto geopolitico in profonda trasformazione e si propongono di sostenerlo in attesa che il pontefice possa riconquistare il potere temporale.
In questo quadro primeggia l’Opera dei Congressi, fondata nel giugno 1874 a Venezia per “riunire i Cattolici e le Associazioni Cattoliche d’Italia, in una comune e concorde azione, per la difesa dei diritti della Santa Sede, e degli interessi religiosi e sociali degli Italiani” (art. 1 dello Statuto). Nell’Opera vi operano molti emiliani, fra i quali il marchese Giovanni Battista Volpe Landi, avvocato piacentino che per un quarto di secolo assiste Scalabrini negli affari diocesani.
Scalabrini cerca a Piacenza uno stretto rapporto con circoli e associazioni cattoliche, dirette da rappresentanti dell’aristocrazia cittadina. Nel 1881 l’Opera dei Congressi apre una sede in città, con la benedizione del vescovo. Tuttavia tale sede è un comitato cittadino composto da aristocratici, mentre mancano le iniziative pratiche. Inoltre il comitato si spacca, quando Volpe Landi tenta di convincere gli altri membri a sostenere le forze anti-socialiste, nonostante la proibizione pontificia di prendere parte alle elezioni. Il vescovo cerca di mediare e suggerisce di occuparsi delle questioni sociali, in particolare di quella migratoria, che gli sembra impellente in un contesto geografico segnato dalla diaspora dei montanari.
Nel frattempo la San Raffaele tedesca contribuisce alla nascita di enti gemelli in Belgio, Francia, Spagna, Svizzera e in determinati territori asburgici: Austria, Croazia e Slovenia, Boemia e Slovacchia, Polonia austriaca. Queste società moriranno tra Grande Guerra e la grande crisi del 1929. L’organizzazione tedesca prosegue invece a funzionare ed è ancora attiva ad Amburgo con il nome di Raphaelswerk.
Nel 1887 Cahensly si reca nei palazzi vaticani per riferire delle iniziative in Europa e in Nord America e ai primi del 1888 incontra Scalabrini. Vorrebbe concertare azioni a protezione dei migranti dei rispettivi paesi, ma il vescovo demanda i contatti a Volpe Landi. Sta infatti scrivendo una nuova opera, Il disegno di legge sull’emigrazione italiana. Osservazioni e proposte (1888), in cui articola nuovamente le sue proposte. A circa metà del libro dichiara che in tutta Europa governi e privati si danno da fare per aiutare i propri emigranti: “Dal momento che abbandonano la povera casa fino a quando giungono alla meta, e poi dopo in ogni loro bisogno, la patria, sotto la triplice forma della religione, della politica e della filantropia li difende, li consiglia e li soccorre”. Ricorda quindi cosa ha scritto nel suo libro precedente su quanto fanno in questo senso associazioni private come la San Raffaele. Aggiunge che con l’appoggio della Santa Sede è stato lanciato l’Istituto piacentino dei missionari per i migranti: bisogna ora creare una Società di patronato, di cui facciano parte i missionari e in cui collaborino i laici. Elabora quindi un programma in otto punti, dei quali sei si riferiscono all’opera dei sacerdoti, ma due possono essere svolti anche da laici: la formazione di comitati “nei porti di imbarco e di sbarco” e quella di associazioni e opere “adatte a conservare nelle colonie stesse la Religione cattolica e la coltura italiana”.
Il libro esce in ottobre e subito dopo il vescovo tanta di concretizzare il suo progetto. Nei mesi successivi intensifica i contantti con l’Associazione Nazionale per Soccorrere i Missionari Cattolici Italiani (ANSMI), fondata nel 1886 a Firenze, e chiede ai dirigenti di questa se i loro comitati possano divenire i comitati della sua Associazione di patronato. La risposta è negativa, però, gli viene assicurato che i membri dell’ANSMI possono entrare a far parte di altre associazioni. Il travaso è abbastanza facile perché Volpe Landi, che dovrebbe presiedere l’Opera di Scalabrini, dirige anche i comitati piacentini dell’ANSMI e dell’Opera dei Congressi. Il marchese si serve quindi dei membri di queste due associazioni per cercare chi potrebbe fondare i comitati dell’Associazione di patronato nelle maggiori città italiane. Arriva così a Giuseppe Toniolo, economista e sociologo, che gli suggerisce chi coinvolgere a Genova e Napoli, i due grandi porti transatlantici italiani. Toniolo è entusiasta dell’idea e propone di “fondare, non una, ma due Società di patronato (coordinate, beninteso all’Istituto di Piacenza), l’una a Genova, l’altra a Napoli”. Intanto butta giù anche un embrione di statuto assieme ad alcuni amici dell’erigendo comitato lucchese: lo studioso insegna a Pisa, ma si muove pure nelle città toscane più vicine.
Il 3 aprile 1889 Volpe Landi e Scalabrini dichiarano di aver letto e apprezzato l’abbozzo e nei giorni successivi raccolgono gli statuti di alcune San Raffaele europee. Inoltre intavolano una trattativa con un gruppo di cattolici genovesi per creare in quella città un punto di snodo pratico.
Il 12 aprile, a tener conto di una successiva lettera di Volpe Landi, il comitato piacentino dell’ANSMI, a sua volta erede di quello dell’Opera dei Congressi, diventa la base del Comitato Centrale per l’opera di Patronato a favore degli emigranti. Nella settimana successiva si chiedono ulteriori adesioni e il 19 aprile 1889 si tiene a Piacenza la prima riunione della nuova società, nella quale si recepisce la bozza di Statuto di cui sopra. La bozza è diffusa il 27 aprile in una circolare firmata dall’Associazione di Patronato per l’emigrazione. Nella lettera si spiega che il vescovo di Piacenza, dopo aver fondato l’Istituto dei missionari per l’emigrazione, ha pensato di aggiungervi una società di patronato che possa garantire ai migranti “assistenza civile giuridica” e favorire “una saggia e previdente politica nazionale”.
Volpe Landi dichiara pubblicamente che la paternità dello Statuto è di Toniolo, ma questi ritiene che il testo andrebbe raffinato, in particolare vorrebbe espungere le finalità laiche (la difesa della cultura italiana) ed evidenziare quelle religiose. Per lui l’Associazione deve mantenere viva la fede dei migranti anche in contesti protestanti o anticlericali. Non approva inoltre la commistione con l’ANSMI, che ritiene troppo nazionalistica.
Per il momento la spuntano i due piacentini e l’Associazione propugna la necessità di difendere il sentimento nazionale di chi parte. Inoltre i comitati cittadini che si formano negli anni seguenti sono prevalentemente laici. Una nota stilata in preparazione di una riunione da tenere nell’episcopio piacentino nel febbraio 1891 specifica che al comitato centrale di Piacenza, a grande maggioranza nobiliare, risponde un comitato romano, sempre di estrazione aristocratica, e una serie di comitati composti da avvocati e altri liberi professionisti a Genova, Torino, Firenze e Lucca, Milano, Cremona e Brescia, Treviso e Belluno.
L’unico comitato meridionale è quello napoletano ed è legato al locale arcivescovo. I suoi membri sono stati suggeriti da Toniolo, che spinge affinché l’associazione sia in mano ai vescovi delle città dove è presente. Nel frattempo Volpe Landi presenzia alle riunioni internazionali delle San Raffaele e assieme ad esse entra in una clamorosa polemica con i vescovi statunitensi. Le San Raffaele europee più quella canadese dichiarano infatti che questi ultimi devono garantire i diritti e la lingua dei cattolici provenienti da altri Paesi e criticano tutti i tentativi assimilazionisti. La gerarchia cattolica degli Stati Uniti si rivolge irata alla Santa Sede ed esprime la propria irritazione anche a Scalabrini, che, però, non si sente coinvolto in quanto l’associazione di patronato piacentina non porta il nome della San Raffaele.
Agli inizi degli anni novanta dell’Ottocento la società di patronato degli emigranti italiani è in effetti ancora senza nome, si basa quasi esclusivamente sul comitato piacentino ed è ricordata per le conferenze organizzate o tenute in giro per l’Italia da Scalabrini. Inoltre ha due soli uffici per l’assistenza ai migranti. Nel 1891 Scalabrini decide che l’ex-gesuita Pietro Bandini si può occupare della missione nel porto di New York: Volpe Landi chiede a Bandini di divenire corrispondente dell’associazione e quest’ultimo decide di aprire la Società Italiana San Raffaele di New York, il cui statuto (luglio 1891) prevede lo stretto contatto con la Società di patronato per gli emigranti italiani di Piacenza. Sempre nel 1891 il comitato genovese della società di patronato apre un ufficio vicino al porto di Genova (e dall’odierno Museo dell’Emigrazione Italiana).
Negli anni successivi si prova a impiantare qualcosa a Napoli e in America Latina, soprattutto in Argentina e in Brasile, ma senza risultati.
Intanto aumentano i conflitti interni alla direzione dell’associazione. Nel 1890 Volpe Landi ha ribadito il suo carattere laico e soprattutto che non si deve occupare solo de “l’assistenza morale e religiosa”, ma pure “della civile”. Nel 1891 Toniolo ha notato in una lettera a Giuseppe Callegari, vescovo di Padova, che le creature di Scalabrini non godono delle simpatie del movimento cattolico italiano, in genere molto più conservatore. Lo stesso anno lo statuto provvisorio del 1889 è approvato (sarà pubblicato nel 1892) e Scalabrini vi fa aggiungere che la società di ripromette di accordare sempre assistenza “anche agli italiani di altre confessioni”. Toniolo non muove obiezioni, ma il clima si surriscalda subito dopo perché Volpe Landi diffonde una lettera di Bandini che accusa i vescovi del Nord Italia di non preoccuparsi di chi parte dalle loro diocesi.
Si accentua dunque il distacco fra la gerarchia cattolica italiana e la società di patronato, mentre la San Raffaele italiana di New York, cioè di nuovo Bandini, si dichiara poco spalleggiata dai vescovi locali e dagli altri missionari scalabriniani. Nel 1894 Toniolo suggerisce ai propri interlocutori ecclesiastici di mettere l’associazione di patronato sotto il controllo della Santa Sede. Il 20 luglio 1894 Volpe Landi invia una circolare ai membri della Società, proponendo una adunanza straordinaria. La riunione si tiene a Piacenza il 6 settembre: Toniolo è presente e ottiene l’adozione del nome di San Raffaele. A suo parere la nuova denominazione obbliga la società a optare per un indirizzo prettamente cattolico e certifica il fallimento dell’ipotesi originaria di Scalabrini e Volpe Landi. Inoltre ottiene che in ogni comitato cittadino vi sia un rappresentante del vescovo locale. Infine suggerisce a Scalabrini di far qualcosa per smussare l’antipatia dei cattolici italiani verso la sua opera laica.
A questo punto la San Raffaele è un’altra cosa rispetto a quanto pensato nel 1889. Il peso dei laici è nullificato e di conseguenza spariscono progressivamente i comitati cittadini. Si punta invece sull’assistenza ai migranti da parte di sacerdoti nei porti di New York (dal 1901 al 1906 anche di Boston) e di Genova. In questa città Scalabrini invia nel 1894 un missionario, Pietro Maldotti, che riprende il lavoro (e l’ufficio) del comitato locale della società di patronato.
Il sacerdote descrive a più riprese la propria esperienza ed è interessante quanto poco utilizzi il nuovo nome di San Raffaele. Si vedano di Maldotti e Volpe Landi, Società di patronato per gli immigrati. Relazione al Ministro degli esteri, 1896, e del solo Maldotti, Relazione sull’operato della missione del porto di Genova dal 1894 al 1898 e sui due viaggi al Brasile, 1898. Più tardi chioserà che quell’appellativo è stato adottato per ragioni di convenienza dal 1895 al 1901, ma si è potuto poi tornare alla vecchia denominazione.
Negli ultimi anni dell’Ottocento Scalabrini cerca soprattutto legami con funzionari, amministratori e politici: sta infatti preparando il cammino per la legge sull’emigrazione approvata nel 1901. Si serve a più riprese di Volpe Landi e di Maldotti, così come di agganci nell’Opera dei Congressi e nell’ANSMI, e non mostra interesse precipuo per la San Raffaele. Lascia quindi piena libertà alle missioni di New York e di Genova, ma offre loro pochissimo soccorso finanziario. La San Raffaele newyorchese riuscirà a sopravvivere sino al 1923 con l’appoggio dell’arcivescovo locale; però, deve chiudere più volte. Il Segretariato genovese della società di patronato dura più a lungo, grazie a Maldotti e ai suoi appoggi tra gli industriali genovesi. Però, dopo la morte di Scalabrini, il sacerdote si distacca dai missionari di Piacenza e aderisce all’Italica Gens, una federazione di ordini e associazioni religiose sovvenzionata dall’ANSMI, che mantiene pure la missione genovese.
Agli inizi del Novecento il sogno di una San Raffaele italiana pare dunque naufragato, ma Scalabrini compie in extremis un ultimo tentativo. Il 10 agosto 1900 scrive una relazione a Propaganda Fide, il dicastero della Santa Sede che si occupa dei migranti (e degli scalabriniani), e dichiara per “corrispondere meglio alle intenzioni di codesta S.C., oltre all’opera dei Missionari, istituii pure una società laica, intitolandola da San Raffaele”. Ammette che quest’opera non ha dato i frutti attesi, “ha però mantenuta viva l’idea” di aiutare i migranti e si potrebbe rilanciarla appoggiandosi all’Opera dei Congressi. Sennonché quest’ultima è ormai in difficoltà: non solo non riesce a fare nulla di concreto per Scalabrini, ma è addirittura sciolta nel 1904. Nel 1902 Scalabrini ha scritto pure al Ministero degli Esteri, affermando di sperare nell’apertura di uffici della San Raffaele in America Latina, ma è una speranza fallace.
Il vescovo muore nel 1905, gettando l’Istituto dei suoi missionari in grave crisi. In tal frangente Volpe Landi si ritira e la San Raffaele scompare. Solo il segretariato genovese sopravvive sino agli anni Trenta, ma distaccato dall’Istituto scalabriniano. Dati gli scarsi risultati e la fine poco gloriosa gli studiosi hanno prestato scarsa attenzione alla Società di patronato. A parte il lavoro sul versante newyorchese di Edward C. Stibili, quanto accaduto in Italia ha interessato agli inizi del nostro secolo due scalabriniani: Antonio Perotti che ha cercato di spiegare il fallimento della Società di patronato, a suo parere eclatante ma non sorprendente, e Beniamino Rossi che, alla luce del proprio impegno nel promuovere il maggior coinvolgimento dei laici nella difesa dei diritti dei migranti sia nei Centri di Studio che nelle opere sociali come l’Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo in Italia e lo Scalabrini Centre di Cape Town in SudAfrica, ha invece sostenuto che quell’esperimento del fondatore del 1887 ha comunque lasciato una traccia indelebile. Il dibattito post-conciliare del secondo novecento e la situazione contingente (la crisi delle vocazioni in tutta Europa) suffragano infatti la necessità di una più significativa partecipazione laica alle attività della Chiesa e dei Missionari in favore dei migranti.




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