
Il ricordo di un sogno. Una storia di radici e confini
Recensione del libro Il ricordo di un sogno. Una storia di radici e confini, di Rosi Braidotti
Rosi Braidotti, filosofa di fama internazionale e voce imprescindibile del pensiero femminista contemporaneo, torna alla scrittura autobiografica con Il ricordo di un sogno (Rizzoli, 2024), un’opera che intreccia memoria familiare, migrazione e genealogie affettive, offrendo al lettore un viaggio nel tempo e nello spazio attraverso la lente del vissuto personale.
Tutto ha inizio con una fotografia nascosta in un vecchio baule. Una bambina la scopre, e da quell’immagine sfocata nasce il desiderio di capire, di conoscere, di ricostruire un passato che le è stato taciuto. È questo gesto d’infanzia – tanto semplice quanto rivoluzionario – a dare il via a una lunga esplorazione: non solo delle origini della propria famiglia, ma anche della storia delle donne che l’hanno preceduta e della propria identità di figlia, migrante e intellettuale.
Al centro del racconto c’è la madre Bruna, figura luminosa e resistente, custode di memorie e narratrice per necessità. È lei a trasmettere alla figlia il valore della parola scritta come forma di amore, di sopravvivenza, di elaborazione del dolore. Come una moderna Sherazade, Bruna tiene viva la memoria familiare con le sue storie, tramandando alla figlia non solo un’eredità, ma anche una missione: ricomporre la trama sfilacciata di una famiglia divisa da ideologie, guerre e migrazioni.
Braidotti segue le tracce di questa dispersione attraverso un vero e proprio atlante familiare che va dal Friuli all’America Latina, dall’Australia all’Europa del secondo dopoguerra. Ricostruisce la “piccola repubblica dei Braidotti”, comunità socialista di Latisana, ma anche il ramo familiare segnato dall’adesione al fascismo e dalla diaspora. Un racconto che si apre su un Novecento segnato da violenze e fratture, ma che trova nelle parole – e nella scrittura – la possibilità di guarigione.
Questo memoir, tuttavia, non è soltanto un omaggio alle proprie radici. È anche la testimonianza del percorso intellettuale di un’autrice che ha saputo attraversare discipline e confini, elaborando una visione filosofica fondata sull’ibridazione, sulla trasformazione, sulla soggettività in movimento. Le sue opere più teoriche – da Soggetto nomade alla trilogia sul Postumano – trovano qui una controparte affettiva e narrativa che ne arricchisce ulteriormente la portata.
L’opera è profondamente politica nel suo modo di raccontare la famiglia non come rifugio idealizzato, ma come rete complessa di relazioni, affetti e conflitti. Il corpo, la lingua, la terra diventano dispositivi di significazione. Le parole della bambina che non riusciva a pronunciare la “r”, il paesaggio del Tagliamento, le memorie trasmesse da una generazione all’altra: ogni frammento si trasforma in simbolo di una soggettività nomade che non si lascia mai fissare.
Attraverso uno stile che alterna lirismo e rigore, sogno e archivio, Il ricordo di un sogno si fa così mappa sentimentale e critica del Novecento italiano e delle sue eredità. È un libro che parla a chi ha conosciuto la frattura del distacco, l’urgenza della memoria e la necessità della scrittura come gesto di cura.
In un’epoca in cui il tema delle migrazioni torna a essere cruciale, questo memoir ci ricorda che le identità sono sempre costruite nella relazione con l’altro, nel movimento e nel desiderio. E che solo attraverso il riconoscimento delle nostre storie intrecciate possiamo immaginare un futuro più giusto e condiviso.

Puoi leggere Ricordo di un sogno presso la Biblioteca della Fondazione CSER

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