
Fine corsa per il “modello Albania”
Archivio Rivista Scalabriniani
Di Carola Perillo
La Corte UE boccia l’esternalizzazione del diritto d’asilo.
Cresce il coro di chi invoca un’Europa fedele ai suoi valori: diritti, dignità e giustizia.
Nel novembre 2023, l’Italia ha firmato un accordo che avrebbe presto catalizzato il dibattito europeo sul diritto d’asilo e sul futuro delle politiche migratorie. Con il sostegno convinto del governo guidato da Giorgia Meloni, nasceva il cosiddetto “modello Albania”: un piano per esternalizzare parte delle procedure di asilo attraverso due centri allestiti in territorio albanese, a Gjadër e Shëngjin. L’obiettivo dichiarato era accelerare l’esame delle richieste provenienti da cittadini di Paesi considerati “sicuri”, come Bangladesh ed Egitto, riducendo la pressione sui porti e sulle strutture italiane.
Una gestione difficile
Nel corso del 2024 il progetto prende forma. Tra l’autunno e l’inverno, decine di migranti salvati in mare vengono condotti verso i centri albanesi. Ma mentre le prime operazioni vengono celebrate dal governo come un successo logistico e politico, le aule di giustizia iniziano a sollevare più di una perplessità. In ottobre, il Tribunale di Roma respinge il trattenimento di dodici persone, ritenendolo incompatibile con gli standard europei. La risposta dell’esecutivo italiano non si fa attendere: vengono aggiornati i decreti sui Paesi sicuri, includendo formalmente quelli da cui provenivano i migranti trasferiti.
Ma è nel cuore dell’inverno, tra gennaio e febbraio 2025, che qualcosa si incrina definitivamente. La Corte d’Appello di Roma decide di non convalidare il trattenimento di 43 richiedenti asilo e solleva una questione pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE). Al centro della controversia c’è la legittimità stessa della designazione unilaterale di un Paese come “sicuro”, se non accompagnata da verifiche indipendenti, accesso a fonti trasparenti e la possibilità di ricorso effettivo.
Quali sono i paesi sicuri? Forse nessuno.
Il 10 aprile, l’Avvocato Generale della CGUE, Richard de la Tour, rende pubblico un parere che rafforza i dubbi sollevati in Italia: nessuna procedura può dirsi legittima se esclude il controllo giurisdizionale, e nessun Paese può essere ritenuto “sicuro” se vi sono categorie di persone – come minoranze religiose, comunità LGBTQ+ o oppositori politici – che non vi godono di reale protezione.
La pronuncia definitiva arriva il 1° agosto 2025. Con le sentenze C758/24 e C759/24, la Corte europea smonta giuridicamente il “modello Albania”. I giudici affermano che l’esternalizzazione del diritto d’asilo non può fondarsi su mere decisioni legislative e che ogni richiedente deve poter contare su fonti accessibili e su un effettivo diritto alla difesa. È sufficiente che anche solo un gruppo sociale non sia adeguatamente tutelato nel Paese di origine perché la presunzione di sicurezza venga meno.
La sentenza della CGUE non solo rappresenta una battuta d’arresto per un progetto già contestato, ma assume anche un valore simbolico nel più ampio confronto tra controllo delle frontiere e tutela dei diritti umani.
ASGI e Amnesty International documentano le violazioni dei diritti umani
Le reazioni non tardano. L’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), da mesi in prima linea nel denunciare le criticità del Protocollo, parla senza mezzi termini di “caduta del modello Albania”. In un comunicato del 1° agosto, sottolinea come l’intera architettura giuridica dell’accordo si riveli “sostanzialmente illegittima”. Nel report Ferite di confine, pubblicato nel luglio precedente, l’ASGI aveva già documentato condizioni di detenzione inadeguate, trasferimenti forzati e gravi violazioni dei diritti fondamentali nei centri albanesi. La richiesta è netta: dismissione immediata delle strutture e abbandono definitivo dell’accordo.
Anche Amnesty International, già critica sin dalla firma dell’accordo, torna a farsi sentire. Elisa De Pieri, ricercatrice dell’organizzazione, ribadisce un principio fondamentale: “Chi viene soccorso in mare non può essere trasferito in un altro Stato prima che la sua domanda di asilo venga valutata”. L’UNHCR, pur non intervenendo direttamente sulla sentenza, aveva espresso da tempo forti riserve sull’abuso del concetto di “Paese sicuro”, in aperto contrasto con il principio di non respingimento e con la Carta di Dublino.
Nel solco tracciato da queste organizzazioni, si inserisce anche la voce del Centro Studi Emigrazione di Roma (CSER), che si unisce con forza alle richieste della società civile. Il CSER invoca il pieno rispetto del diritto d’asilo così come sancito dall’articolo 10 della Costituzione italiana, la cessazione di ogni forma di trattenimento arbitrario fuori dai confini dell’Unione Europea e un ritorno a un’etica della dignità e della centralità della persona. Ogni politica migratoria, sottolinea il Centro, dovrebbe essere orientata allo sviluppo umano integrale, nel rispetto del bene comune.
Parole antiche, ma ancora vive
A guidare questo appello sono parole antiche, ma ancora vive. Quelle di Papa Leone XIII, che già nel 1891 ricordava nella Rerum Novarum che “non è la legge del più forte a governare le nazioni, ma quella della solidarietà, della giustizia e della carità”. E quelle di San Giovanni Battista Scalabrini, vescovo dei migranti e profeta della mobilità umana, che vedeva nella migrazione non una minaccia, ma una via per costruire una patria universale, fondata sulla fraternità e sull’incontro tra popoli.
Di fronte alle derive securitarie e alla chiusura dei confini, la via del diritto, dell’umanità e della giustizia resta l’unica realmente praticabile. La sentenza della Corte di Giustizia segna forse la fine del “modello Albania”, ma apre un nuovo capitolo: quello della costruzione di un’Europa che metta davvero la persona al centro, riconoscendole il diritto di fuggire, chiedere protezione e ricominciare.
Il modello dei diritti, della dignità e della pace è ancora tutto da costruire. Ma oggi, più che mai, sembra l’unico che valga la pena seguire.

Archivio Rivista Scalabriniani

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