Ticinesi a Parigi: una storia di emigrazione che diventa ponte tra culture
Lorenzo Planzi, Ticinesi a Parigi. Una saga emigratoria, crocevia tra le culture (1800-1945), prefazione di Renato Martinoni, Armando Dadò editore
Raccontare l’emigrazione significa spesso spostare lo sguardo dalle grandi traiettorie della storia alle vite concrete di chi è partito, ha lavorato, costruito relazioni, mantenuto legami con la propria terra e, talvolta, vi è tornato profondamente trasformato. È precisamente questo movimento, geografico ma soprattutto umano e culturale, che attraversa Ticinesi a Parigi. Una saga emigratoria, crocevia tra le culture (1800-1945) di Lorenzo Planzi.
Il volume ricostruisce oltre un secolo di presenza ticinese nella capitale francese, facendo emergere una storia molto più articolata di quella affidata alle immagini più note dell’emigrazione svizzera. Non soltanto grandi artisti, architetti o figure di successo, ma migliaia di uomini e donne partiti dai villaggi del Canton Ticino per cercare un lavoro e una possibilità di sopravvivenza in una città che, tra Ottocento e Novecento, rappresentava insieme promessa, rischio, modernità e spaesamento.
Già nella prefazione Renato Martinoni sottolinea uno dei meriti fondamentali del libro: riportare al centro della ricerca quella che per lungo tempo è rimasta una sorta di storia “minore”, lontana dalle celebrazioni riservate ai protagonisti più illustri dell’emigrazione ticinese. Planzi ricostruisce invece l’esperienza di vetrai, imbianchini, fumisti, spazzacamini, marronai, venditori ambulanti, camerieri, gelatieri, ristoratori e commercianti. Professioni spesso umili, talvolta esercitate stagionalmente, che nel tempo possono trasformarsi in percorsi di mobilità sociale e dare origine a vere e proprie imprese familiari.
È uno dei passaggi più interessanti del volume: il passaggio dall’emigrazione stagionale a quella permanente. All’inizio, per molti ticinesi Parigi è soprattutto un luogo dove lavorare per alcuni mesi e poi tornare al paese. Con il tempo, però, alcuni si stabiliscono definitivamente, aprono botteghe, ristoranti, attività commerciali e imprese. La capitale francese diventa così non soltanto il luogo del lavoro, ma uno spazio di vita, di relazioni, di appartenenza.
L’indice stesso restituisce l’ampiezza di questa prospettiva. Alle cause socio-economiche e politiche della partenza si affiancano le calamità naturali, la concorrenza dell’emigrazione oltreoceano, le modalità del viaggio verso Parigi, i mestieri, le malattie professionali, la presenza femminile, l’associazionismo, la stampa, la vita religiosa e infine l’impatto delle due guerre mondiali.
Il risultato è una storia dell’emigrazione costruita non soltanto attraverso statistiche e movimenti di popolazione, ma attraverso la trama quotidiana di un’intera comunità.
Particolarmente efficace è l’immagine scelta nella conclusione: quella del ponte. Come il Pont Neuf attraversa la Senna nei due sensi, così l’emigrazione mette in relazione Parigi e il Ticino attraverso un continuo movimento di persone, esperienze, parole, competenze e modelli culturali. Chi parte porta con sé il proprio mondo, ma chi ritorna non è più esattamente la stessa persona. Tornano in Ticino francesismi entrati nei dialetti, nuovi gusti, nuove forme dell’abitare, modi diversi di concepire il lavoro e l’iniziativa economica. E tornano soprattutto nuovi orizzonti.
Il libro mostra così con chiarezza come le migrazioni non siano mai processi a senso unico. Il migrante modifica il luogo d’arrivo, ma viene a sua volta trasformato dalla società che lo accoglie. L’esperienza migratoria produce contaminazioni che continuano a manifestarsi anche dopo il ritorno e possono trasmettersi alle generazioni successive.
Allo stesso tempo Planzi non idealizza l’emigrazione. Dietro le storie di successo emergono rinunce, solitudine, separazioni familiari, precarietà, malattia e povertà. Vi è chi riesce a costruire una fortuna, ma anche chi rimane intrappolato in condizioni difficili o è costretto a rientrare. Partire può significare indebitarsi per il viaggio, vivere lontano dai propri cari per anni e lasciare alle famiglie rimaste in patria il peso del lavoro quotidiano e dell’attesa.
È proprio questa compresenza di aspirazione e sofferenza a dare profondità alla ricostruzione. La migrazione appare come un’esperienza nella quale il successo individuale non può essere separato dai costi umani e familiari che spesso lo accompagnano.
Di particolare interesse è anche la ricostruzione della comunità ticinese a Parigi. A metà dell’Ottocento e nuovamente negli anni Trenta del Novecento essa arriva a contare circa tremila persone: una presenza sufficientemente consistente da dare vita a quello che il libro definisce un vero e proprio petit monde à part. Associazioni patriottiche, organizzazioni filantropiche, parrocchie, luoghi di incontro e giornali contribuiscono a mantenere viva l’identità comune.
La comunità, tuttavia, non è rappresentata come un blocco uniforme. Al suo interno continuano ad agire differenze politiche e culturali, comprese le contrapposizioni tra liberali e conservatori. Negli anni tra le due guerre assume inoltre particolare rilievo l’esperienza de Il Ticinese di Parigi, attraverso cui una parte della comunità esprime posizioni patriottiche e antifasciste mentre l’Europa si avvicina alla tragedia dei totalitarismi e della guerra.
Le vicende della grande storia entrano quindi continuamente nelle biografie individuali: alcuni emigrati diventano cittadini francesi, altri combattono per la Francia, altri ancora conoscono l’occupazione tedesca e persino la deportazione. Il capitolo dedicato alle due guerre mondiali mostra con particolare efficacia quanto le storie migratorie siano inseparabili dalla storia politica e sociale europea, dando risalto alle voci femminili di questa storia.
Un altro elemento prezioso del volume è la scelta di affiancare alla ricostruzione generale numerosi percorsi biografici. Le singole esistenze consentono al lettore di osservare in scala ridotta fenomeni molto più vasti: mobilità sociale, reti familiari, integrazione, nostalgia, imprenditorialità e trasmissione culturale.
È forse qui che Ticinesi a Parigi trova uno dei suoi punti di forza maggiori. Planzi non riduce l’emigrazione a una sequenza di numeri né la trasforma in una narrazione celebrativa. La affronta come storia sociale, mettendo insieme fonti pubbliche e familiari, memorie orali e scritte, documenti e vicende individuali. Ne emerge quella “saga” evocata dal sottotitolo, ma una saga saldamente ancorata alla ricerca documentaria.
Alla fine del percorso, Parigi e il Ticino appaiono molto meno lontani di quanto suggerisca la geografia. Le partenze e i ritorni hanno costruito nel tempo uno spazio comune, fatto di memoria, lavoro, contaminazioni linguistiche e culturali, rapporti familiari e appartenenze plurime.
Ed è probabilmente questo il messaggio più contemporaneo del volume. Studiare una migrazione del passato significa comprendere che le identità non sono realtà immobili. Si costruiscono attraverso incontri, separazioni, adattamenti e ritorni. Come scrive Planzi nella conclusione, l’eredità di questa storia invita a riconoscere in ciascuno di noi “radici diverse ma non opposte, anzi vicine”.

Leave a Comment