Giornata Internazionale della Pace 2026
Inizialmente celebrata il terzo giovedì di settembre, la Giornata Internazionale della Pace è stata ufficialmente fissata al 21 settembre grazie alla risoluzione ONU del 7 settembre 2001. Per il 2026, le Nazioni Unite hanno stabilito il tema: “Invest in Peace – For Everyone, Everywhere, Every Day” (Investire nella pace – per tutti, ovunque, ogni giorno). In un contesto geopolitico fortemente frammentato, il focus di quest’anno si sposta sensibilmente dalle sole diplomazie istituzionali ai cosiddetti “architetti quotidiani della pace”. Si tratta di attori locali, comunità e reti sociali che edificano la stabilità partendo dal basso, affrontando le cause profonde dei conflitti quali discriminazioni, disuguaglianze e marginalizzazione.
Il nesso tra pace e migrazioni
Per il Centro Studi Emigrazione (CSER), questo appello internazionale va interpretato attraverso la lente della mobilità umana e delle relazioni transnazionali. Da una prospettiva sociologica e multidisciplinare, infatti, la pace non si riduce alla semplice assenza di conflitti armati. Come evidenziato dall’esperto di politiche migratorie Oliviero Forti nel suo saggio “La mobilità umana: Caratteristiche strutturali e processi evolutivi delle migrazioni”, lo studio delle dinamiche evolutive degli spostamenti globali offre chiavi di lettura fondamentali per comprendere la contemporaneità. La pace coincide dunque con l’attuazione di politiche migratorie inclusive, capaci di trasformare l’accoglienza in un investimento sociale a lungo termine, riducendo le frizioni e promuovendo la coesione nei territori di arrivo.
La popolazione migrante globale
Sebbene i flussi migratori contemporanei siano strutturalmente interconnessi alle guerre e all’instabilità economica, l’esortazione dell’ONU a investire nella pace deve misurarsi con una mobilità umana globale senza precedenti. I dati demografici ed economici evidenziano chiaramente la dimensione transnazionale del fenomeno: secondo il World Migration Report dell’OIM, i migranti internazionali hanno raggiunto quota 304 milioni, rappresentando circa il 3,7% della popolazione mondiale.
Le rimesse come motore di stabilità
In questo scenario, un ruolo cruciale è svolto dalle rimesse, ovvero i flussi finanziari inviati dai migranti verso i propri Paesi d’origine. Secondo i dati della Banca Mondiale inclusi nel report OIM, nel 2024 i cinque Paesi che hanno ricevuto il maggior volume di rimesse globali sono stati India, Messico, Filippine, Francia e Pakistan. L’India ha confermato il suo netto primato mondiale superando i 137 miliardi di dollari, rimanendo l’unica nazione oltre la soglia dei 100 miliardi. Il quarto posto della Francia risponde invece a una dinamica particolare: non si tratta di aiuti economici familiari, ma degli stipendi dei lavoratori frontalieri che risiedono in territorio francese e lavorano in Svizzera. Al contempo, i Paesi a economia avanzata si confermano la principale origine di tali flussi. Gli Stati Uniti guidano stabilmente la classifica mondiale con rimesse in uscita superiori ai 100 miliardi di dollari nel 2024, seguiti da Arabia Saudita (oltre 46 miliardi), Svizzera (circa 40 miliardi) e Germania (quasi 24 miliardi). Anche la Cina, pur essendo un forte ricevitore e un’economia a reddito medio-alto, ha registrato un ruolo rilevante come Paese d’invio con oltre 20 miliardi di dollari trasferiti all’estero. Questi dati confermano come la mobilità internazionale costituisca una forma autonoma e cruciale di micro-investimento per la pace e per lo sviluppo delle famiglie nei territori più vulnerabili.
La dimensione dello sfollamento forzato
Il legame tra conflitti e mobilità emerge con drammaticità dal più recente rapporto Global Trends dell’UNHCR (pubblicato a giugno 2026), il quale evidenzia che le persone costrette alla fuga da guerre e persecuzioni ammontano a circa 117,8 milioni. All’interno di questo panorama si contano 41,6 milioni di rifugiati internazionali e 68,6 milioni di sfollati interni (IDP). Il Sudan si conferma la crisi interna più acuta del pianeta con ben 9,1 milioni di sfollati.
La pressione geografica e le politiche di accoglienza
I dati statistici smentiscono la narrativa di una pressione migratoria orientata esclusivamente verso le nazioni occidentali e più ricche. Il report UNHCR dimostra infatti che il 65% dei rifugiati è ospitato da paesi confinanti con le zone di conflitto e il 27% trova accoglienza nei contesti più poveri in assoluto. Di fatto, sono i territori a basso e medio reddito a farsi carico dei costi maggiori in termini di stabilità e risorse umane.
Come analizzato dal Professor Maurizio Ambrosini, Docente di Sociologia delle Migrazioni presso l’Università degli Studi di Milano, in un saggio per l’osservatorio Welforum.it, l’apparente calo globale del numero totale dei rifugiati nasconde in realtà una dinamica preoccupante: diminuisce la reale volontà di accoglierli. Molti dei rientri registrati verso contesti instabili come l’Afghanistan o la Siria non derivano da un miglioramento delle condizioni locali, bensì dalle politiche espulsive e dall’abbandono da parte dei paesi ospitanti.
Tab. 1. Primi paesi del mondo per numero di sfollati interni (in milioni)
Paese | Sfollati interni |
Sudan | 9,1 |
Colombia | 7,2 |
Siria | 6,0 |
Yemen | 4,8 |
Afghanistan | 4,4 |
Fonte: Rapporto UNHCR 2026 via Welforum.it
Tre pilastri per l’azione locale
Scenari complessi come quelli attuali richiedono interventi tangibili sia sulle comunità di confine che sulle aree metropolitane ad alta densità migratoria, strutturati attorno a tre pilastri d’azione definiti:
- Legalità e dignità: Garantire percorsi di ingresso regolari, accoglienza dignitosa e diritto allo studio azzera il rischio di segregazione sociale e micro-conflittualità urbana.
- Inclusione economica: Valorizzare l’inclusione lavorativa e il riconoscimento delle competenze dei cittadini stranieri stabilizza il tessuto economico, trasformando i flussi in fattori di sviluppo reciproco.
- Dialogo territoriale: Finanziare presidi locali di ascolto e mediazione interculturale ed interreligiosa previene la polarizzazione e neutralizza la diffusione dei discorsi d’odio.
Tab. 2. Primi sei paesi di accoglienza dei rifugiati (in milioni)
Paese | Rifugiati ospitati |
Colombia | 2,8 |
Germania | 2,7 |
Turchia | 2,4 |
Uganda | 1,9 |
Iran | 1,7 |
Ciad | 1,5 |
Fonte: Rapporto UNHCR 2026 via Welforum.it
Riflessioni finali
Le evidenze statistiche dimostrano che le comunità capaci di integrare attivamente i migranti presentano indici di coesione interna nettamente superiori. Per lo CSER, la pace si misura empiricamente sul grado di resilienza e di apertura delle società riceventi. La vera “architettura della pace” si realizza nei quartieri multiculturali, nelle aule scolastiche e nei luoghi di lavoro.
Investire nella pace “ogni giorno” significa dotare le istituzioni locali e il terzo settore degli strumenti scientifici e finanziari necessari per gestire la diversità culturale non come un’emergenza permanente, ma come una componente strutturale della modernità. L’auspicio delle Nazioni Unite troverà la sua reale applicazione solo se l’investimento globale includerà la tutela dei diritti dei migranti e dei rifugiati, ponendo la mobilità umana al centro delle strategie di sviluppo sostenibile e di giustizia globale.
Madaì Bonilla

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