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COVID-19 E MIGRAZIONI

Studi Emigrazione Anno LVIII: 221/2021

A cura di Lorenzo Prencipe e Matteo Sanfilippo

Al 31 dicembre 2020 il coronavirus, che nell’ultimo trimestre del 2019 fa la sua comparsa a Wuhan in Cina e dà il via a quella che nel giro di pochi mesi diventa una pandemia globale, ha prodotto nel mondo 82.843.750 casi di contagio e 1.807.866 morti (Coronavirus Resource Center della Johns Hopkins University of Medicine) producendo, per la prima volta nella storia dell’umanità, il confinamento e l’isolamento di metà della popolazione mondiale, quasi 4 miliardi di persone. Ad ogni modo, se la peste nera del XIV secolo, in un solo anno, dal 1348 al 1349, ha causato la morte di circa 22 milioni di persone in Europa portando la popolazione europea del tempo da 74 a 52 milioni complessivi, se l’influenza spagnola, fra il 1918 e il 1920, è arrivata a infettare circa 500 milioni di persone nel mondo, provocandone la morte di 50 milioni su una popolazione mondiale di circa 2 miliardi, non è azzardato affermare che l’epidemia da Covid-19 sia meno distruttrice in vite umane e in relazioni sociali delle precedenti pandemie che hanno attraversato la storia delle nostre società, anche se gli sguardi terrorizzati dei contagiati più gravi e la continua crescita numerica dei morti giornalieri riportano in superficie ansie e paure, personali e collettive, mai sopite.
La pandemia ha comunque provocato una grave situazione sanitaria mondiale che si è rapidamente trasformata in crisi economica e sociale. Senza voler sopravvalutare dibattiti e polemiche che caratterizzano le coperture mediatico-politiche di ogni crisi nelle nostre società occidentali e senza sottovalutare il prezzo in vite umane e in disagio psicologico, sociale ed economico che tutti gli strati sociali delle popolazioni mondiali (soprattutto le più povere) stanno pagando, vogliamo qui sottolineare alcune conseguenze che la pandemia da Covid-19 sta producendo sulle migrazioni e su migranti e rifugiati, aggravandone le già difficili condizioni di vita.